Opinioni

The Italian Lockdown – Cronache da un Paese in Quarantena: 31. Riflessioni sul 25 aprile

Resistenza. Insistenza. Lo so. Memoria e dimenticanze. Pensieri che viaggiano lontano, troppo. E poi, un prete.

Sabato, 25 aprile 2020.

Ero indeciso, se parlarne o meno. Da tempo, ormai, mi chiedo che senso abbia celebrare il 25 aprile, ancora, a 75 anni di distanza, in un mondo così radicalmente cambiato, rispetto ad allora.

Lo so, diranno alcuni, è importante ricordare. Senza memoria, siamo come gattini ciechi.

Lo so, diranno altri, esce sempre qualche reduce fascista che ancora non ha fatto i conti con la storia e fa davvero ribrezzo.

Lo so, non bisogna dimenticare l’apporto della Resistenza, necessario a dar luce alla nostra Repubblica.

E però, i conti facciamoli per bene, e ricordiamo anche tutti quei ragazzi di lingua inglese, e sono davvero tanti, molti più dei nostri, morti sulle nostre spiagge o nei dintorni di Cassino, che senza l’arrivo degli Alleati col cavolo che ci saremmo liberati da quello stato canaglia che ci rappresentava. Ed era il nostro.

Lo so, ci hanno scagliato diverse bombe sulla testa, per farlo.

Lo so.

Ma so anche che, da anni, chi insiste ad aggrapparsi al 25 aprile, come a un totem, rattrappisce e impedisce a se stesso di guardare oltre. Ne ho visti tanti, troppi, animati da un esclusivo spirito di parte, finendo per dimenticare le sciagurate avventure che certi garbugli hanno germogliato, anni dopo, nel nostro Paese. Senza mai interrogarsi sul perché.

La memoria non andrebbe condotta a intermittenza. Va abbracciata, tutta, anche nelle sue parentesi peggiori, che parentesi non sono. Che in altre parti del mondo hanno generato mostri che oggi arrivano fino a noi.

Nascosti da un regime, che probabilmente non ha preso le misure adatte per proteggerci dal virus. Che è nato là, non qui. Per ragioni che ancora non ci è dato conoscere, ma che puzzano di miseria e menzogne.

Anche se poi, per come la vedo io, i cinesi sono le prime vittime, non certo i carnefici.

Ma già sento che i pensieri si affollano, mi spingono lontano e non ho il tempo di approfondirli come vorrei. Come spesso accade, in questi tempi ignoti, carichi di sgomento.

E così, in bilico precario, tra luci e ombre, provo un unico, semplice bisogno. Estrarre un racconto che mi era stato chiesto, diversi anni fa, proprio per celebrare il 25 aprile, in una collezione di pezzi che avevo raccolto, per coltivare la memoria del territorio in cui sono nato. Perché quello, davvero non lo puoi scegliere. Ti viene offerto in dote, quando vieni al mondo, e guai a non proteggerlo.

UN PRETE (DON PASQUINO BORGHI) 30/1/1944

Che male avranno mai fatto i sette che sono qui con me? Quali peccati per meritare una simile sorte? E come li hanno conciati! Uno scempio.

Intere notti di torture li hanno resi meri corpi. Non sentiranno neppure il soffio della morte e chissà se questo è un bene.

Quello di fianco a me, apre a malapena gli occhi. Però fiuta, sente il vento, sono sicuro che sa, che sente ancora, la vita. Un altro ha pianto tutto il tempo, in silenzio, senza lacrime.

Povere anime. E’ dunque questa la via della Provvidenza…

Ho provato a far loro forza. Qualcuno mi ha sorriso, la bocca era tutta una piaga. Un altro mi ha abbracciato, senza stringermi le mani, gliele avevano rotte. Uno solo è rimasto muto. “Padre…” ha detto appena e poi ha stretto gli occhi.

In quanto a me, ho la fede che mi sorregge e rispetto a loro è addirittura un lusso. E questo davvero non l’avrei desiderato. Ché la fede così, mi pare quasi una colpa.

Vorrei essere tale e quale a loro, ma il mio ufficio mi fa diverso. A me hanno lasciato la veste, a loro pochi stracci. Basterebbe questo a marcare la differenza. E davvero non vorrei morire standomene in cima a un gradino più alto. Tant’è, anche Nostro Signore stava al centro e i due ladroni ai lati.

Il muro dietro a noi circonda tutti. Il plotone che ci è davanti, coi fucili, non cederà a sconti.

Anime che siete qui con me, avvicinatevi. Voglio morire abbracciato a voi.