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Così il PD a Roma va in frantumi (e in tribunale) grazie a Orfini

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Il Partito Democratico di Roma va sempre più in frantumi mentre i suoi iscritti minacciano ricorsi in tribunale per far valere le proprie ragioni. Esattamente come succede al MoVimento 5 Stelle, ma al posto di Beppe Grillo qui c’è Matteo Orfini. Che tre giorni fa si è visto bocciare in tribunale la sua riorganizzazione dei circoli dem nell’Urbe. E oggi si ritrova a rischiare un’altra azione civile per la decisione di far svolgere il dibattito del Congresso soltanto in 15 circoli, uno per ogni municipio.

Così il PD a Roma va in frantumi (e in tribunale) grazie a Orfini

A minacciare di ricorrere in tribunale è il Comitato art. 49, sigla che riunisce iscritti e militanti al PD, lo stesso che ha vinto sulla riorganizzazione. E che nell’occasione fa sapere di essere pronto a ricorrere nuovamente alla magistratura per chiedere «la sospensione o l’annullamento di ogni atto che riproponga una violazione di legittimità e di norme statutarie e che non riconosca pienamente nel congresso il ruolo e le prerogative dei circoli territoriali e del lavoro». Al centro della decisione c’è la scelta compiuta dalla commissione romana con il voto favorevole dei soli membri designati dalla mozione Renzi di svolgere per il congresso 15 presentazioni, una per municipio, e votare per la convenzione una lista municipale, escludendo Circoli territoriali, Circoli del lavoro e tematici, e riducendoli così al rango di sezioni:

Ora, dopo che ben cinque giudici gli hanno dato torto, appare davvero sorprendente e politicamente incomprensibile l’ostinazione con cui il Commissario Orfini pretende di poter proseguire in un percorso che il Tribunale civile di Roma ha giudicato illegittimo sotto diversi profili, e che condiziona pesantemente lo svolgimento del Congresso cittadino pregiudicandone la validità.
Abbiamo già dichiarato in un comunicato stampa di tre giorni fa come debba ritenersi illegittima anche la delibera dello scorso 22 dicembre poiché – contrariamente a quanto stabilito dai diversi giudici in tre distinte sedi – reitera la limitazione a 15 del numero dei Circoli, e, ulteriore motivo di invalidità, abbiamo sottolineato che quest’ultima delibera è stata comunque adottata dal Commissario Orfini dopo diversi mesi dalla scadenza del suo mandato annuale.

Mario Ciarla, vicepresidente PD del consiglio regionale del Lazio e coordinatore della Mozione Orlando, spiega su Facebook che «per evitare questo rischio esisteva una soluzione semplice: svolgere il congresso in tutti i circoli del Partito Democratico diffusi nella città. In sintesi presentare le mozioni, discutere, votare nei circoli del PD le liste di delegati alle convenzioni dei circoli territoriali e del lavoro del PD, riconoscendo a questi autonomia organizzativa e politica. Questa è la posizione della mozione Orlando».
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E ancora: «In sintesi, dopo due anni e mezzo di commissariamento il livello di confusione è tale che a Roma è a rischio proprio il Congresso ad una settimana dal suo ipotetico svolgimento. Gli iscritti, invece di essere raggiunti da una lettera di convocazione come regolarmente dovrebbe avvenire, non sanno ancora né dove, né come, né quando voteranno. Come mozione Orlando avevamo proposto la conferenza programmatica per discutere prima di votare. Il risultato finale a Roma è l’opposto: si vota ma non si discute. Con questa regola oltre l’80% degli iscritti non parteciperà ad alcun confronto politico e sarà chiamato esclusivamente a barrare una scheda».

La grande lotta tra il PD e la legalità

Insomma il Commissario Orfini, di cui ormai alcuni nel PD romano chiedono le dimissioni da anni, si avvia a una nuova tornata di tribunale. In quella precedente il giudice Clelia Buonocore ha sancito nella sua sentenza che ”L’organo esecutivo ha inteso disciplinare materie esulanti dall’ambito delle sue attribuzioni, e riservate, invece, alla competenza dell’organo assembleare”. Cioè ha deciso la riorganizzazione del partito romano nonostante questo potere spettasse all’Assemblea. “È riservata senz’altro all’organo assembleare la competenza a regolamentare le materie della delibera impugnata (iscrizione al Partito democratico Città di Roma, organizzazione dei Circoli della Federazione)”, si legge sempre nella stessa sentenza. “La circostanza che la delibera in contestazione sia stata adottata da organo incompetente vale di per sé a condurre al relativo annullamento“, conclude dunque la giudice, che ha anche condannato la Federazione romana del Pd al pagamento di 18.824 euro di spese processuali.

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Il voto a Roma nel referendum del 4 dicembre (La Repubblica, 6 dicembre 2016)

 
In una nota emessa subito dopo la pubblicazione della sentenza il PD ha fatto sapere che «da dicembre 2016 è stata emanata una nuova delibera. Gli effetti concreti della sentenza sulla organizzazione della federazione e del congresso sono dunque inesistenti». Mentre su Facebook Orfini ha ribattuto: «Il congresso si svolgerà regolarmente, se qualcuno ha dubbi ci sono gli organismi interni a cui chiedere chiarimenti o presentare ricorsi, ma suggerirei ai rappresentanti di tutte le mozioni di concentrarsi sulle proposte politiche e sulle idee invece di agitare problemi che non esistono. La guerriglia sulle regole per tentare di avvelenare una bella discussione è un gioco vecchio e irresponsabile». E ancora: «Abbiamo chiuso con 11.000 tessere circa. Moltissime nuove, fatte da chi si è avvicinato in questi mesi grazie al lavoro dei circoli e dei forum. Pagate 30 euro, il doppio di prima. E tutte vere. Prima di Mafia Capitale erano circa 1.500 di meno. E come ricorderete molte risultarono false. I circoli oggi lavorano e i forum sono stati un successo sorprendente. Ma certo, qualcuno rimpiange il modello di prima. Quello dei circoli finti, dei capi bastone che li infeudavano, dei tesseramenti gonfiati, delle tessere comprate a pacchetti (ed evito riferimenti alla cronaca giudiziaria). Quello in cui se mancavano i soldi per gli stipendi te li facevi dare da Buzzi o da un imprenditore. In modo regolare, per carità. Non c’è reato. Ma a me continua a non sembrare normale tanto che quei soldi li abbiamo restituiti».
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Quello che sembra sfuggire al presidente/commissario è che i risultati totalmente deludenti di un partito dilaniato dalle lotte interne sia alle elezioni di Roma che al referendum non sembrano essere un buon viatico per le elezioni politiche prossime venture. Quelle in cui il PD si gioca la sua stessa esistenza e gran parte dei Giovani Turchi (la corrente di Orfini) la poltrona. Intanto al quarto giorno di congresso nei circoli Matteo Renzi resta, con il 68% dei voti, in netto vantaggio sugli sfidanti Andrea Orlando, che ha raccolto il 30,3%, e Michele Emiliano, che ha l’1,7%. Ad oggi si sono riuniti oltre 120 circoli in tutta Italia e il totale dei voti espressi è di 2.523 per Renzi, 1.126 per Orlando, 61 per Emiliano.