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"Smettete di definirmi ‘moglie di Franceschini’, è misogino e sessista", lo sfogo di Michela Di Biase

@neXt quotidiano|

Michela Di Biase

C’è un sessismo, di orientamento maschilista, visibile nei gesti e ce n’è un altro – ancor più diffuso – che trova il suo coronamento a livello dialettico. Parole, definizioni ed etichette che si trovano sempre più spesso sui social (ma anche sui giornali) che sviliscono la vita, la professionalità, l’autorevolezza e il lavoro di molte donne. L’ultimo caso ha visto protagonista la Consigliera Regionale del PD nel Lazio Michela Di Biase: quando si parla di lei (che dovrebbe essere candidata nelle liste del Partito Democratico alle elezioni del 25 settembre), in tanti provano a “sintetizzarla” come “moglie di Franceschini”, nonostante una sua lunga militanza politica e un’attività che va avanti da oltre 16 anni.

Michela Di Biase e il sessismo nel chiamarla “la moglie di Franceschini”

Eppure la sua gavetta politica è riconoscibile e riconosciuta (oltre a esser stata più volte premiata a livello elettorale). Prima con la sua candidatura al suo Municipio nella capitale, poi con un doppio mandato da Consigliera municipale nei quartieri Alessandrino, Centocelle, Tor Sapienza, Quarticciolo, La Rustica. Tutto questo è avvenuto molto prima di conoscere Dario Franceschini, l’uomo che ha scelto di sposare. Eppure, cavalcando il maschilismo dialettico dilagante, viene perennemente definita “moglie di…”. Ma oggi Michela Di Biase ha detto basta e si è sfogata con un lungo post su Facebook in cui ha ripercorso la sua carriera politica e la sua lunga militanza nel PD.

“Per molti anni ho scelto di non commentare articoli di giornali e le tante parole spese sul mio conto quando, ad ogni passaggio che ha contraddistinto il mio impegno politico, sono stata descritta come la “moglie di” o “Lady Franceschini”. Ora però non posso non farlo, non soltanto perché le reputo profondamente ingiusto ma perché proprio contro questo atteggiamento misogino e maschilista ho sempre lavorato, nelle istituzioni con atti a sostegno delle donne e contro la discriminazione delle nostre ragazze in ogni campo. Non posso tacere perché sono madre di figlia femmina e l’esempio che voglio dare a lei e alle bambine come lei è che nessuno può permettersi di svilirci, sminuirci, mettere in discussione ciò che siamo, il lavoro che abbiamo fatto, i nostri sogni. Sì, sono la moglie di un uomo che come me fa politica, ci siamo conosciuti grazie alla militanza, come spesso accade a molti sul luogo di lavoro. Non lo conoscevo ancora quando per la prima volta mi sono candidata nel mio Municipio, a 26 anni, unendo all’impegno politico, l’università e il lavoro. Sono stata consigliera municipale per due mandati, prima degli eletti e sono stata la prima capogruppo donna dei miei quartieri: Alessandrino, Centocelle, Tor Sapienza, Quarticciolo, La Rustica. Sono stata poi eletta in consiglio comunale a Roma, sempre chiedendo alle persone di scrivere il mio nome sulla scheda elettorale. Nel 2016, dopo aver ricoperto il ruolo di presidente della commissione cultura, sono stata la prima degli eletti e sono diventata capogruppo del Partito Democratico nell’assemblea capitolina mentre era sindaca Virginia Raggi. Da lì, sono stata eletta in Regione Lazio dove sono stata la seconda consigliera più votata. Nominata? No, votata. Ho sempre chiesto la fiducia dei cittadini, che hanno scritto anche in quella
circostanza circa 15.000 volte Di Biase sulla scheda. Sono 16 anni che rappresento il Partito Democratico nelle istituzioni, 16 anni di incontri, dibattiti, militanza, gioia, condivisione di obiettivi comuni. Ora, descrivermi come “la moglie di” è in primo luogo ingiusto e, cosa molto più grave, è frutto di una cultura maschilista che vuole raccontare le donne non attraverso il loro lavoro, la loro storia ma attraverso l’uomo (marito, padre, fratello) che hanno accanto. Il Partito Democratico sia romano e regionale ha messo il mio nella rosa di nomi per le candidature alle prossime elezioni politiche, di questo sono orgogliosa e grata. Grata perché quella che da sempre è la mia comunità ha riconosciuto il mio lavoro ed il mio impegno di questi anni”.
Perché quello di etichettare le donne come “moglie di…” è la classica e non accurata sintesi giornalistica che, di conseguenza, diventa anche un modo universale per definire una donna. Ma questa metodologia dialettica, come sottolineato da Michela Di Biase, è svilente. Annulla la donna, il suo lavoro, la sua esistenza e la sua professionalità. Soprattutto cancella la storia e tutto quel percorso fatto per arrivare fin dove si è giunti. Ovviamente, a tutto ciò, si aggiunge anche il dileggio degli “oppositori politici”: definirla “moglie di…” è solo uno stratagemma per solleticare le pance degli elettori facendo credere che lei (ma anche altre) si trovino in posizioni apicali della politica solo “grazie” al marito o compagno. Ma dietro le etichette c’è sempre una vita e una carriera di chi è partita dal basso e ha sempre ottenuto consensi. Senza bisogno di un “uomo” famoso al suo fianco.