Opinioni

Lockdown Italia – Cronache da un Paese in Quarantena: 35. L’ago nel pagliaio

La situazione. Il futuro che si intravede, per quanto incerto. Una zia positiva al Covid-19. Messaggi dal Brasile. Una ragazza un po’ strega, sicuramente in ansia. L’ago nel pagliaio.

Sabato, 2 maggio 2020.

Questo racconto si avvia ormai verso la conclusione. Siamo entrati in Lockdown l’8 marzo, quasi due mesi fa. Un tuffo nel vuoto, verso l’ignoto, senza che nessuno potesse immaginare cosa sarebbe successo.

Ora, il futuro rimane incerto, ma si intravede.

Si procederà, man mano, verso la riapertura. E’ inevitabile, anche se bisognerà capire come e quando. Il dibattito è lo stesso in tutti i Paesi. Dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dalla Spagna alla Francia, fino in Germania, l’unico Paese in Occidente ad aver retto l’impatto della pandemia, senza troppe vittime a carico. Hanno conteggiato i morti in modo diverso? O erano semplicemente più preparati? Propendo per la seconda ipotesi, anche se la stessa Angela Merkel ha spiegato, da par suo, dall’alto della sua laurea in chimica quantistica, che la situazione resta in bilico. Basta poco, insomma, per tornare tutti nella merda.

L’Italia è in una situazione davvero particolare. Paradossalmente, a causa del disastro accaduto in Lombardia, il Lockdown applicato in tutto il Paese ha di fatto preservato le regioni a sud della Linea Gotica. Da Firenze in giù, salvo alcuni focolai, non risultano morti in eccesso, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Da qui bisognerebbe ripartire, per capire come muoversi. Spero che il governo sia in grado di prendere le giuste misure, ma intanto il chiacchiericcio impera. L’altro giorno, in parlamento, un politico di cui non mi interessa fare il nome, lo conoscete tutti, se n’è uscito dicendo che la riapertura ce la chiedono i morti di Bergamo e Brescia. Un’argomentazione infame. Purtroppo, data la giovane età del soggetto in questione, temo che dovremo imparare a convivere con certe sparate, così come col virus. Ce ne faremo una ragione. Almeno fino alle prossime elezioni.

Il Covid-19, invece, non conosce scadenze elettorali. Per arrivare a un vaccino, ci vorrà almeno un anno, un anno e mezzo, queste sono le stime. Sempre che ci si arrivi, visto che con l’HIV non ci sono mai riusciti. Col passare del tempo, però, hanno trovato delle terapie efficaci. Lo ricordava Magic Johnson, il cestista dei Lakers, intervistato sulla CNN qualche giorno fa.

Quando rivelò al mondo di essere positivo, fece un’azione davvero ammirevole, per nulla scontata. Quella malattia, fino ad allora, era associata a tossici e omosessuali. Portava con sé uno stigma sociale. Da quel momento in poi, anche grazie a Magic, tutti ci rendemmo conto che non era così. Ma tutto sommato, per proteggersi, la soluzione era semplice: bastava usare il preservativo.

Con il Covid-19, purtroppo, le cose sono assai più complicate. Si è fatta molta ironia sul termine congiunti, utilizzato dall’uomo dal lungo naso che per ignote ragioni risiede a Palazzo Chigi, ma in fondo il discorso è semplice. Se ci limitiamo ad incontrare parenti e amici, ecco che le possibilità di contagio rimangono ridotte. E però, la vita come la conoscevamo risulterà inevitabilmente diversa, spezzata. Perché sono proprio gli incontri nuovi, inaspettati, con gente che non conosci, a permetterci nuove esperienze. A chiudersi tutti nello stesso guscio, non so che vita sarà.

congiunti fase 2 chi sono i congiunti
Vignetta da: Twitter

Nel frattempo, chissà per quanto tempo ancora, il pericolo sarà sempre in agguato. L’altro giorno è successo a mia zia. Prima o poi, doveva accadere a qualcuno che conosco. I sintomi sono quelli che normalmente leggiamo. Sinusite, perdita dei sapori e qualche linea di febbre. Ha avvertito il proprio medico, che ha subito ordinato un tampone. Lei è andata a farlo in un drive-in, a Reggio Emilia, e la sera stessa è arrivato il risultato. Positivo.

In casa, abita con mio zio, e non c’è possibilità di restare separati. Così, si è vista costretta a preparare la borsa e andare in un albergo sulla via Emilia, che è stato trasformato in struttura per contagiati. Non ha chiesto l’ambulanza. Ci è andata con la sua macchina. Ora, è in una camera con bagno, senza balcone, dove dovrà restare fino a quando non otterrà due tamponi negativi.

Mio zio, ovviamente, si è fatto anche lui il test e in giornata ha subito ottenuto il risultato. Incredibile a dirsi, non è positivo e può restarsene a casa.

Sono qui che scrivo, in piena notte. Ho lasciato aperta la pagina di Facebook, il pallino verde deve essere rimasto accesso ed ecco che prendo a ricevere una sfilza di messaggi da una certa Graciela. In realtà non la conosco, come spesso accade con la maggior parte delle amicizie di Facebook, ma controllo il suo profilo e vedo che vive in Brasile.

Mi contatta perché sono di Roma, dice. Sta cercando di rintracciare un suo amico che si è perso. Vive randagio per le strade della Capitale. Non ha più rapporti con il padre e lei, da qualche giorno, ha brutti presentimenti.

Intuisco che i due debbono aver avuto una relazione. Ci vedo giusto. Graciela prende a mandarmi foto di questo ragazzo. In una, sono stesi assieme a prendere il sole, in qualche spiaggia di Bahia, dove lei vive.

A poco a poco, metto a fuoco. Graciela deve essere amica della Giò, una ragazza che invece conosco di persona e che una volta era andata da quelle parti e aveva inondato Facebook di fotografie della sua vacanza.

“Roma è una città molto grande, ti rendi conto?” dico a Graciela.
“Sì, lo so. Ci sono stata una volta. Ma non so che altro fare. Ho provato a sentire tutti i contatti che ho. Tu sei l’ultimo della lista, tra quelli che abitano a Roma.”

coronavirus roma deserta

I messaggi si susseguono rapidi, a raffica, è evidente l’ansia che li anima. Non sa bene a chi rivolgersi, si dice sicura che possa essere successo qualcosa. “Sono una strega” aggiunge.

Non so bene che fare, poi d’un tratto mi viene in mente Sara. L’amica che lavora nell’Unità di Strada notturna, per conto del Comune di Roma.

Le passo le foto del ragazzo. Le spiego la situazione. Sono le tre del mattino e lei è in giro a prestare aiuto ai barb… ai senza fissa dimora. Sto attento a non sbagliare il termine, questa volta.

Dopo un po’, Sara mi messaggia per dirmi che non è autorizzata a dare informazioni di questo tipo.

Insisto, spiegandole quanto so. Da quanto mi ha detto Graciela, pare che una volta il tipo sia finito in ospedale, pestato a sangue, poi è scappato. Qualcuno l’avrebbe visto in carrozzina, dalle parti di Trastevere, ma magari adesso si è rimesso in piedi.

“…” è la risposta di Sara.

Insisto ancora.

“Chissà, magari potresti averlo incrociato, che so, il mese scorso…”
“Ah, ma allora sei proprio duro di capoccia, eh? Non posso confermare una cosa del genere!”

Ha ragione, la capisco. Allo stesso tempo, però, provo ad interpretare le sue risposte. Non mi ha detto no. Ha detto che non può confermare. Probabile che mi stia facendo un film, però dico a Graciela che il suo ragazzo è stato visto nuovamente e intuisco la gioia che prova nel sapere che è ancora vivo. O almeno si spera.

Mi chiede di passare il suo numero alla mia amica. Cosa che ho già fatto, ma Sara mi ha abbondantemente spiegato che non è autorizzata a mettersi in contatto con parenti o conoscenti. Comprensibile. Basta un attimo e finisci in un imbuto senza fondo. E poi hanno delle regole precise, riguardo la privacy.

Per queste cose, può provare a chiamare la sala operativa, e mi lascia il numero verde. Graciela risponde che già ce l’ha, ma dal Brasile non risulta disponibile.

“Va bene” le dico. “Facciamo così. Se la mia amica incontra nuovamente il tuo amico, me lo farà sapere e ti avverto. Va bene?”
“Grazie. Ci conto.”
E’ una bugia bianca, la mia, però male non fa.

Riprendo a scrivere e di nuovo il cellulare vibra.

“Se sei amico della Giò, sei sicuramente una brava persona.”

E’ simpatica la Giò. Un po’ svalvolata, ma credo che ultimamente si sia fidanzata e si direbbe che abbia messo la testa a posto. Prima della quarantena, postava foto dove si arrampicava sugli alberi, appesa a dei veli. Non so come si chiami questa specialità ginnica, ma di sicuro, per farla, bisogna godere di sana e robusta costituzione.

“Anche se…” insiste Graciela.
Anche se? Attendo il resto della frase.
“Se sei amico della Giò, o sei un barista oppure spacci.”

Questa mi strappa una risata.

“Devo deluderti. Nessuna delle due. Con la Giò abbiamo solo un amico in comune. E poi ha letto un romanzo che ho scritto, le è piaciuto molto, per questo ci conosciamo.”
“Ti credo. La Giò legge un sacco. Conosce tutti i congiuntivi.”

Anche Graciela, devo dire che ha un italiano quasi perfetto. Credo sia di origine italiana, a giudicare dal cognome.

“Abbiamo vinto un sacco di scommesse al bar. Io a braccio di ferro, lei con i congiuntivi.”

Che tipe…

Le auguro la buona notte, che qui si è fatta una certa, come si dice a Roma, e riprendo ancora una volta a scrivere la cronachetta che devo spedire entro le cinque del mattino, e che ormai ha preso una piega che davvero non avrei potuto immaginare, perché tutto quello che sto raccontando è assolutamente vero, per quanto incredibile possa sembrare. Graciela ha pescato l’ago nel pagliaio. D’altronde, come dice lei, è una strega.

Poi, un ultimo messaggio.

“Ah, se la tua amica incontra il mio amico, dille di passargli il tuo libro. Anche a lui piace tanto leggere.”