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Cosa c'è dietro la polemica di Vittorio Bertola contro Chiara Appendino

vittorio bertola la stampa 1

La Stampa deve avere un debole per Vittorio Bertola. «La triste parabola dell’ex leader grillino», ha commentato il giornale di Torino la vicenda della lite su Facebook tra l’ex consigliere comunale e i membri dello staff della sindaca Chiara Appendino, ridotta nel titolo a un meravigliosamente autoassolutorio «Ci attacca per avere una nomina». In realtà, se Bertola ha torto oggi le sue ragioni vengono da lontano e non andrebbero dimenticate. L’inizio della storia: Vittorio Bertola, ex consigliere comunale a Torino per il MoVimento 5 Stelle,ha anche molte ragioni nelle sue lamentele per non essere stato nominato assessore o staffista della giunta di Chiara Appendino e va a cantargliele molto chiaramente in risposta a un post di Xavier Bellanca, uno dei membri dello staff della sindaca. Bertola pretendeva stavolta un posto come membro dell’esecutivo o tecnico perché, a suo parere, se lo meritava. Invece si sente scaricato per vendette a causa di antipatie personali (peccato non dica esplicitamente con chi ce l’abbia, anche se dai precedenti Bertola sembrerebbe inviso a Laura Castelli, deputata di zona, e a Davide Bono, consigliere regionale ma anche uomo di fiducia nel MoVimento 5 Stelle in Piemonte, in stretti rapporti con la Casaleggio a causa di una lunghissima militanza cominciata nel 2007 e passata attraverso tutti i momenti importanti della storia del M5S).
vittorio bertola movimento 5 stelle

La surreale polemica di Vittorio Bertola contro la Appendino

Nel post, riferisce la Stampa, c’è una risposta del capo comunicazione della sindaca: «Hai espressamente chiesto ruoli di nomina – gli ha replicato Bellanca – che si basano anche su elementi discrezionali, tra cui la fiducia». Bellanca rimprovera a Bertola di non essersi candidato: se lo avesse fatto ora sarebbe sicuramente consigliere, mentre i ruoli di vertice a cui aspira non possono essere pretesi: non passano dal voto ma da nomine politiche, è il ragionamento di cui parla il quotidiano. E in effetti è proprio così che andò nello scorso novembre: Bertola rinunciò a candidarsi e annunciò di aver deciso di “lasciare la politica” appena appena otto mesi fa. Di certo è assolutamente incoerente vederlo otto mesi dopo aver rinunciato alla politica chiedere un ruolo (forse anche) tecnico ma di nomina politica.
vittorio bertola chiara appendino
D’altro canto non è nemmeno vero quello che scrisse a novembre Bertola nel suo post. Già all’epoca Fabio Martina, presente alla riunione, faceva notare portando a testimoni una marea di presenti che la proposta di Bertola vicesindaco non è stata respinta dalla Appendino: c’è stata una votazione che ha deciso che il vicesindaco si sarebbe scelto dopo le elezioni. Una cosa un po’ diversa dall’aver rifiutato la candidatura di Bertola a vicesindaco. Ma lui ribadì all’epoca che non avendo la Appendino approvato entusiasticamente la sua proposta, sentiva  una mancanza di fiducia nei suoi confronti e quindi rinunciava alla candidatura e lasciava la politica. Passare alle piazzate su Facebook otto mesi dopo una libera scelta con tanto di «Come persone fate schifo» sa tanto di ingeneroso.

Vittorio Bertola è un bravo politico

Ed è un peccato perché in tante e preziose occasioni Bertola ha dimostrato di saper essere un bravo politico nel MoVimento e anche un critico degli errori evidenti, a differenza di chi tra i grillini dice che va sempre tutto bene, Madama la Marchesa. Bertola paga questa indipendenza di giudizio? All’inizio fedelissimo e in rapporti con Milano, Bertola aveva litigato pubblicamente con Bono anche in occasione del dopo kermesse di Roma:
vittorio bertola
Il dissenso di Bertola rispetto alla gestione piemontese del MoVimento spesso venuto alla luce anche in polemica con Laura Castelli (della quale rivelò una telefonata “di insulti” sempre su Facebook), di cui parlò Lo Spiffero:

Il casus belli è la sua candidatura alle “Parlamentarie”: lei e gli altri elementi dello staff in Regione Piemonte di Bono (Ivan Della Valle e Marco Scibona) non avrebbero potuto partecipare alla competizione secondo quanto stabilito nel 2010, all’indomani delle elezioni regionali, dall’associazione Movimento 5 stelle Piemonte. Ma a quanto pare il verbale di quella riunione, di cui ha dato notizia Lo Spiffero, è diventato carta straccia. Se è per questo, la Castelli, residente a Collegno, non si sarebbe potuta candidare neanche alle amministrative di Alpignano, eppure il nome della prezzemolina di Palazzo Lascaris figura anche lì nella lista del M5s. Per non parlare del fatto che proprio come Fabrizio Biolè – diffidato dagli avvocati di Grillo a utilizzare il simbolo e di fatto espulso dal movimento – era stata in precedenza candidata nella lista di Civica alle provinciali del 2009 (la differenza è che lei non venne eletta, mentre Biolè quando si candidò a Gaiola, nel cuneese, venne premiato dagli elettori).

Insieme, il consigliere torinese aveva anche stigmatizzato “la deriva verso l’ultrasinistra” (del tutto inventata) dei 5 Stelle mentre  il blog di Grillo aveva pubblicato e sottoscritto le analisi di Bertola su immigrazione e accoglienza. Anche qui è facile ipotizzare che i suoi bersagli fossero la Castelli e la Appendino, per le biografie delle due. In ogni caso quella che Bertola ha portato avanti fino al novembre scorso è stata una battaglia politica legittima e argomentata con tante ragioni di principio a cui ha inchiodato i suoi “nemici” nel partito a 5 Stelle. Vero è che le decisioni nelle stanze private lo hanno riguardato e penalizzato. Vero è però che l’ultima decisione, la più polemica, l’ha presa lui e senza essere cacciato dagli altri come è capitato a tanti nei 5 Stelle. Scrive oggi lo stesso Bertola su Facebook:

Voglio solo precisare che ovviamente non mi sono mai offerto per niente per cui non fossi all’altezza in termini di competenze e curriculum, né il mio sostegno politico a Chiara, di cui come ho scritto non mi sono pentito, era subordinato ad ottenere qualcosa in cambio. Non sono incazzato con loro per non poter dare il mio contributo nella nuova amministrazione (se mai sono molto deluso, avendo lavorato per anni della mia vita per renderlo possibile); sono incazzato con loro perché parlano ogni cinque minuti di meritocrazia e altruismo e fare squadra, ma poi dietro le quinte agiscono per cordate, gruppetti, riunioni private e interessi personali come in qualsiasi partito; e sono incazzato con loro perché non puoi usarmi e illudermi per mesi, continuando a dirmi “fidati di me”, per poi al momento buono cambiare idea, scaricarmi e non avere nemmeno la faccia di dirmelo di persona, ma semplicemente smettere di rispondere al telefono e ai messaggi e farmelo scoprire dai giornali.
Qui non parliamo di politica, ma di correttezza e rispetto sul piano dei rapporti umani, e che rivoluzione sociale potrà mai fare chi si comporta umanamente almeno tanto male quanto quelli che c’erano prima?

«Dietro le quinte agiscono per cordate, gruppetti, riunioni private e interessi personali come in qualsiasi partito», dice giustamente Bertola. La meritocrazia finisce quando comincia la politica anche nei 5 Stelle. Ha sbagliato Bertola a credere che potesse essere il contrario.
EDIT: Vittorio Bertola nei commenti all’articolo segnala che alla nostra ricostruzione “manca un pezzo”. Lo aggiungiamo volentieri:

Io già a febbraio sono ritornato sulla decisione di lasciare la politica proprio per aiutare il Movimento, sapendo che tante persone mi apprezzavano e che l’unità era necessaria per poter poi vincere (come è successo). Fu Beppe Grillo per primo a telefonarmi a fine gennaio e a chiedermi di tornare sui miei passi, cosa che feci (pubblicamente e in trasparenza, con un post che trovate sul mio blog) quando uscì il bando pubblico per gli assessori in cui, anche lì, si prometteva di valutare soltanto la meritocrazia e il curriculum, e io sul tema per cui mi sono proposto (innovazione e partecipazione) ho un curriculum precedente alla politica di livello internazionale.
Anche lì mi tennero appeso per mesi senza risposta, e poi a fine maggio, in un incontro con i tre parlamentari torinesi, mi fu chiesto di ritirare la domanda per non imbarazzare Chiara, aggiungendo però che il Movimento credeva ancora in me e che senz’altro sarei stato “valorizzato” in un ruolo tecnico di staff a Torino o a livello nazionale. Io ho sostenuto Chiara anche a prescindere da questo, perché credo tuttora che fosse necessario per il bene di Torino cacciare Fassino e rinnovare l’aria in Municipio, ma ci sono rimasto male per il modo in cui sono stato preso in giro e soprattutto perché mi hanno fatto promesse fino a due settimane fa, chiedendomi nel contempo persino di parlare all’ultimo comizio, per poi sparire e non rispondermi nemmeno più, facendomi scoprire l’esclusione dai giornali una settimana fa, e il fatto che essa fosse derivata da un voto segreto dei consiglieri comunali soltanto due giorni fa, a caso già esploso.

Il post è questo.