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La Brexit riuscità a far scindere Tory e Labour?

labour tory

Dopo aver diviso in due la Gran Bretagna, la Brexit rischia di spaccare anche Conservatori e Laburisti. Alcuni giornali inglesi tra cui il Guardian hanno raccontato nei giorni scorsi che rappresentanti dei Tories e del Labour favorevoli al Remain all’epoca del referendum sulla Brexit avrebbero svolto alcuni colloqui informali per progettare la nascita di un nuovo partito di centro in caso di vittoria di Andrea Leadsom nella corsa alla leadership dei Conservatori e di permanenza di Jeremy Corbyn alla guida del Labour.

La Brexit riuscità a far scindere Tory e Labour?

I rappresentanti delle due parti hanno concordato sulla possibilità di costituire un partito sull’impronta del Social Democratic party (SDP) in caso di polarizzazione delle due parti in causa. Nell’opposizione laburista la frattura fra base e nomenklatura, fra il leader Jeremy Corbyn e il gruppo parlamentare che lo contesta, è ormai verticale, con la sfida dell’ex ministra ombra Angela Eagle destinata a sfociare in una probabile conta interna fra rischi di scissione. D’altro canto pare essere fallito il tentato golpe contro Corbyn orchestrato dai parlamentari e alquanto osteggiato dalla base. Anche i Conservatori del dopo Cameron non se la passano benissimo, con la contesa fra donne che s’infiamma sull’onda della scivolata attribuita all’outsider Andrea Leadsom: accusata di aver cercato di far leva sull’essere madre per differenziasi dalla rivale (senza figli) Theresa May. L’Observer, domenicale del Guardian, evoca un clima “brutto” in entrambe le parrocchie. Mentre il Sunday Times annuncia “uno scontro brutale”: senza risparmio di colpi e senza prigionieri. In casa Tory il richiamo al valore della maternità in politica come a una marcia in più per capire meglio il futuro ha scatenato la bufera su Leadsom. L’ex ministro Iain Duncan Smith, suo sostenitore, ha parlato di una frase travisata volutamente dal Times e d’un “progetto fango” messosi in moto “contro Andrea” – paladina del Leave al referendum del 23 giugno – da parte di quegli stessi ambienti che a suo dire avevano già dato vita al “progetto paura” per cercare d’impedire il divorzio dall’Ue. Mentre il capo del suo staff, Tim Loughton, ha accusato l’establishment di “far comunella contro un volto nuovo” nel timore che i militanti conservatori, il cui voto sarà’ decisivo nelle prossime settimane, rovescino a vantaggio d’una figura fuori dagli schemi, impegnata a cercare di ripercorrere in piccolo le orme di Margaret Thatcher, il pronostico attualmente favorevole alla sperimentata ministra dell’Interno. Ma diversi deputati, e soprattutto deputate, del fronte filo-May sono sul piede di guerra: insistono che la sottosegretaria non ha l’equilibrio né il curriculum per aspirare a Downing Street e che dovrebbe ritirarsi. Non solo, 20 di loro si spingono a far balenare l’abbandono del partito laddove Andrea fosse eletta. Nessuna reazione dalla May che proprio ieri in un’intervista al Daily Mail parla della questione figli: «Io e mio marito non abbiamo potuto averne, l’abbiamo accettato e superato. Spero che nessuno possa pensare che questo possa avere importanza». Si limita ad un tweet in cui ricorda alla rivale di averle proposto di impegnarsi con lei in una campagna «pulita» che resti «nei limiti accettabili del dibattito politico». Non è servito, evidentemente.
jeremy corbyn margaret hodges

La gestione della Brexit

Lo stesso problema hanno in casa i Laburisti.  Angela Eagle lunedì ufficializzerà la sfida al leader dell’opposizione Corbyn, sempre più contestato  dopo la sconfitta nella campagna per il no alla Brexit. Lui ha ribadito ad Andrew Marr sulla BBC di non avere alcuna intenzione di mollare. Anche perché è forte di qualcosa che i laburisti ribelli non sembrano avere nemmeno lontanamente: il consenso degli iscritti. Cacciarlo con un putsch senza legittimazione democratica potrebbe portare alla distruzione del partito, come ha spiegato Len McClaskey, leader sindacale ed esponente della sinistra interna. La Eagle d’altro canto ha votato sì alla guerra in Iraq voluta nel 2003 da Tony Blair e oggetto del rapporto della Commissione d’inchiesta Chilcot sugli inganni che nel 2003 spianarono la strada alla partecipazione britannica al fianco degli Usa alla guerra in Iraq. Corbyn, ha annunciato nell’intervista di oggi il suo “probabile” sostegno per la mozione in cui si accusa Tony Blair di aver vilipeso la Camera dei comuni, citando il contenuto del rapporto Chilcot sulla decisione dell’allora governo britannico di associarsi agli Stati Uniti nella guerra contro Saddam Hussein in Iraq. La mozione che il deputato conservatore David Davis, con il sostegno del leader dell’Snp scozzese Alex Salmond, presenterà giovedì. Sarà lo ‘speaker’ della Camera John Bercow a decidere se la mozione verrà discussa prima della pausa estiva. “La Camera dei comuni, solo considerando i dibattiti che vi si erano svolti, era stata male informata su cinque diversi temi, tre sulle armi di distruzioni di massa, uno sull’obiettivo dei voti al Consiglio di sicurezza, e uno in termini della minaccia, dei rischi. Su uno, Blair potrebbe averlo fatto per errore, ma cinque?”, ha dichiarato Davis precisando che l’accusa formulata “è un po’ come quella di vilipendio alla corte”. In un articolo firmato per il Sunday Mirror, il vice premier nel 2003, John Prescott, ha accusato Blair di aver villipeso la Camera dei comuni e denunciato la guerra contro l’Iraq come illegale.
blair corbyn
 
 
L’Observer azzarda intanto l’ipotesi estrema: se Leadsom fosse incoronata dagli attivisti Tory e Corbyn confermato dai suoi, le componenti ‘moderate’ di entrambi le trincee potrebbero dare un taglio netto. Un congiurato Labour e un sottosegretario conservatore pare siano già stati sorpresi a Westminster a ‘tramare’ lo scenario d’una terza forza centrista filo-europea.