Economia

Io Tarzan, tu Ceta: perché l’Italia ha tutto da perdere dall’addio al trattato con il Canada

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Il Parlamento italiano si appresta a respingere il Ceta, l’accordo di libero scambio tra UE e Canada che al momento è in vigore dal 21 settembre 2017 in maniera provvisoria in attesa della ratifica da parte dei governi nazionali. Il no dell’Italia, fortemente sostenuto da Lega e MoVimento 5 Stelle (che lo hanno inserito nel contratto di governo), avrebbe come effetto quello di far saltare l’intero trattato che per entrare in funzione necessita dell’approvazione da parte di tutti i parlamenti degli stati membri.

Qual è il problema del governo del cambiamento con il Ceta

Questo non significa che l’Italia sia l’unica ad avere il coltello dalla parte del manico, teoricamente uno qualsiasi dei 27 paesi della UE ha il potere di affossare il Ceta. Il ministro dell’Agricoltura, il leghista Gian Marco Centinaio in un’intervista alla Stampa ha dichiarato che l’Italia non ratificherà «il trattato di libero scambio con il Canada perché tutela solo una piccola parte dei nostri prodotti Dop e Igp». Ed è vero, il Canada ha accettato di riconoscere, difendere e tutelare 41 specificità geografiche (DOP e DOCG) registrate (in totale a livello europeo il Canada ha accettato 176 denominazioni protette). Certo, sono solo una piccola frazione delle 295 Dop e Igp  del nostro paese ma scorrendo la lista dei prodotti tipici che con il CETA saranno tutelati si nota che sono quelli più famosi, più venduti e più soggetti a contraffazioni. I produttori canadesi potranno ancora continuare a commercializzare prodotti come mozzarella cheese o il famigerato parmesan ma dovranno indicarne chiaramente la provenienza ed è fatto divieto usare nomi che richiamano l’Italia o utilizzare sulle confezioni riferimenti al nostro Paese.

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L’elenco dei prodotti alimentari e delle specificità italiane tutelate dal CETA

Quindi il governo che vuole «far di tutto per contrastare l’italian sounding» (in Canada) finirà per non ratificare un accordo che almeno protegge alcuni prodotti di origine italiana lasciando così a marchi non italiani la possibilità di continuare a commercializzare prodotti spacciandoli per quelli originali Made in Italy. Ad esempio proprio grazie al Ceta il Consorzio Prosciutto di Parma ha fatto sapere che il “Prosciutto di Parma” è riuscito a prendere possesso del proprio nome in Canada. Da oltre 20 anni, il Prosciutto di Parma era infatti venduto in Canada come “The Original Prosciutto/Le Jambon Original”, mentre esiste un prosciutto crudo canadese venduto regolarmente con il marchio registrato “Parma” di proprietà della società canadese Maple Leaf. Questo è l’italian sounding, questa è la dimostrazione che per i prodotti più famosi il Ceta tutela l’Italia. In che modo far perdere a eccellenze come il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma la possibilità di essere finalmente tutelate in Canada si configura come proteggere il “prezioso lavoro degli agricoltori italiani” come sostiene il M5S che spiega che il no al Ceta è un «sì alla tutela dei prodotti tipici reggiani»?

Con il Ceta le esportazioni verso il Canada sono in crescita

Ma c’è di più. Perché in questi primi mesi il Ceta sta iniziando già a dare buoni frutti. La commissaria UE al Commercio Cecilia Malmström spiegando di non avere ancora avuto la possibilità di discutere della questione con il nuovo esecutivo ha detto che «Le esportazioni italiane in Canada sono aumentate del +8% dallo scorso settembre». A marzo la Cia, Confederazione italiana agricoltori, registrava un aumento delle esportazioni pari al 9% per alcuni prodotti agricoli italiani. Parallelamente – e contrariamente ai timori espressi da Salvini qualche giorno fa –  la Cia segnalava come tra ottobre e dicembre 2017 le importazioni di grano canadese fossero diminuite del 35%. Un dato che conferma la tendenza degli ultimi anni; nel triennio 2014-2017, infatti, le importazioni di frumento sono passate da 1,6 milioni (2014) a 795 mila (2017). I dati provvisori del MISE rispetto al periodo gennaio-febbraio 2018 rilevavano un incremento pari al 10% delle esportazioni verso il Canada rispetto allo stesso periodo del 2017.

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Anche ad aprile il trend è rimasto lo stesso. L’ufficio studi della Cia nei primi quattro mesi del 2018 rilevava il continuo calo delle importazioni di grano canadese (-46% ad aprile) e l’aumento del 12% (9% nel primo trimestre) per le esportazioni agroalimentari italiane verso il Canada. Secondo la Cia-Confagricoltori se la tendenza dovesse essere confermata a fine anno le esportazioni agroalimentari verso il Canada potrebbero valere circa 910 milioni di euro.

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Inoltre non bisogna dimenticare che l’export agroalimentare non è che una delle voci delle esportazioni italiane verso il Canada. Vale la pena che dell’abolizione dei dazi doganali possono beneficiare tutti i settori industriali (e non) che commerciano con l’estero. Il paese nord americano è uno dei mercati avanzati sui quali puntare anche per vendere macchinari, autoveicoli, abbigliamento (che sono tra le principali voci della bilancia commerciale) ma anche per attrarre investimenti. Il governo Conte punta a fare la voce grossa e a sbattere i pugni sul tavolo. Pensando probabilmente di poter ottenere qualcosa su qualche altro versante da un sì al Ceta. Ma al momento gli unici che potrebbero rimettere sono gli imprenditori italiani che commerciano con il Canada. Il governo del cambiamento sta giocando sulla loro pelle per dimostrare di saper trattare con la UE (o di saper rispettare gli impegni presi con gli elettori).

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