Cultura e scienze

I positivi al Coronavirus oggi sono meno infettivi?

Giuseppe Remuzzi dell’Istituto Mario Negri ha illustrato i risultati di una ricerca che sostiene che i nuovi positivi al Coronavirus SARS-COV-2 non sono contagiosi (o, più correttamente, che lo sono molto di meno rispetto ai primi. Ma non tutti i virologi sono d’accordo

pelle coronavirus immagine del virus

Ieri il Corriere della Sera ha ospitato un’intervista a Giuseppe Remuzzi dell’Istituto Mario Negri che ha illustrato i risultati di una ricerca che sostiene che i nuovi positivi al Coronavirus SARS-COV-2 non sono contagiosi (o, più correttamente, che lo sono molto di meno rispetto ai primi. Oggi il quotidiano ospita altre opinioni sull’argomento che non sono esattamente convergenti:

Sergio Harari, direttore dell’Unità operativa di Pneumologia all’ospedale San Giuseppe di Milano invita alla cautela: «È pericoloso far passare il messaggio che i soggetti positivi non siano contagiosi. Può forse succedere per un sottogruppo di pazienti nei quali le tecniche diagnostiche molto sensibili riconoscono parti di Rna virale quando il virus non ha più significato clinico, ma generalizzare è un azzardo. I focolai in Germania, a Pechino e in Lazio inducono a cautela. Confermo che i ricoveri sono molto calati ma oggi non sappiamo perché qualcuno è asintomatico e qualcun altro si ammala gravemente e muore. Su 250 pazienti di una Rsa lombarda, 40 sono morti. L’80% dei restanti 210 aveva tampone o sierologia positivi e si sono ammalati in modo lieve e asintomatico. Tutti gli ospiti erano anziani e con problemi di salute, ma perché non sono stati colpiti allo stesso modo?».

coronavirus numeri rischio zone rosse
Coronavirus: i numeri del 19 giugno (Il Messaggero, 20 giugno 2020)

«Sono un ottimista prudente — aggiunge Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore generale dell’ospedale Galeazzi di Milano — ma il virus ci ha già fregati una volta. I focolai che vediamo in Italia e in Europa dimostrano che il coronavirus c’è, circola e contagia». Anche Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di Malattie infettive è convinto della validità dello studio del Mario Negri: «Ma non possiamo estendere il concetto a tutta l’epidemia. Oggi stiamo studiando persone molto diverse rispetto al passato. Si tratta per lo più di soggetti asintomatici che scoprono casualmente la positività dopo un test sierologico e spesso il contagio avviene in famiglia, dove mediamente vivono persone più sane che hanno maggiori capacità di reagire al virus rispetto a chi si trova in una Rsa. Se tre mesi fa avessimo studiato gli asintomatici avremmo trovato anche lì poco virus».

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