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La gag di Berlusconi in tv

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La storia la racconta Ugo Magri sulla Stampa: durante la sua ultima comparsata di una decina di giorni fa da Bruno Vespa, Silvio Berlusconi era pronto a una gag fenomenale: aveva previsto di presentarsi in tv curvo e zoppicante, aggrappato a una stampella, avanzando così di fronte alla telecamera fino a dire: «Questo vecchietto avrebbe voluto cedere il testimone a qualcuno più nuovo di lui. Ma siccome nessuno dei giovani è in grado, eccomi di nuovo qui», via la stampella, «costretto a tornare in campo per il bene dell’Italia».

La gag di Berlusconi in tv

Una scenetta che all’ultimo è saltata perché “il paese non è nel mood adatto”; ma non è detto che l’ex presidente del Consiglio non ci riprovi più avanti, magari mentre gioca in casa ovvero sulle telecamere di Mediaset che non vedrebbero l’ora di mandare in onda una scenetta del genere. E in ogni caso Berlusconi non ha intenzione di mollare l’osso e vuole continuare con il ritmo inaugurato durante le elezioni comunali che alla fine hanno visto il trionfo del centrodestra e la sconfitta del centrosinistra e dei grillini. Continuerà a dare due interviste a settimane e a occupare la scena politica in attesa del voto, l’ultimo, il più decisivo da quando è sulla scena politica.

Silvio vorrà convincerli che il vero “giovanotto” è lui, perché ha in testa un paio di idee dirompenti. Di sicuro, spericolate. Va dicendo ai suoi che stiamo sull’orlo di una guerra civile. Con 15 milioni di famiglie in difficoltà e il 40 per cento dei giovani disoccupati, «non potremo uscirne fuori con le ricette ordinarie, serve uno doppio shock», è il mantra berlusconiano.
Cosa ci può essere di più scioccante di un taglio netto delle imposte attraverso una «flat tax» sotto il 20 per cento? Chiaro che si porrebbe qualche problemuccio con Draghi e con Bruxelles, perché almeno nell’immediato salterebbero i conti. Finiremmo in bancarotta. Ma qui soccorre ti, il Cav ammette che ci ritroveremmo con l’inflazione a livelli di Sud America. Però «diversamente della Germania, incapace di conviverci, negli anni ‘70 e ‘80 noi non siamo stati così male nell’inflazione a due cifre, la priorità adesso è rimettere in moto l’economia».

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Naturalmente la proposta non è nuova (la promise lo stesso Berlusconi nelle campagne elettorali precedenti) e soprattutto somiglia pericolosamente a quella della Lega targata Salvini. Ma questi sono dettagli trascurabili per l’uomo che tenterà l’impresa di rivincere le elezioni a ottant’anni suonati.

Largo ai vecchi

Perché lui pensa davvero che ci siano pochi ostacoli davanti al suo prossimo ritorno al potere in qualità di azionista di maggioranza di un governo di centrodestra. Per questo vuole farsi vedere giovane fino all’ultimo:

E qui sta l’altro obiettivo della gag con la stampella: aggredire l’idea, sparsa in primis da Salvini, che con 80 primavere sulle spalle Berlusconi non possa incarnare il futuro. L’anagrafe conta poco, «è più importante la freschezza politica», si ribella Silvio. Gli hanno segnalato la popolarità di Jeremy Corbyn nel Regno Unito, e di Bernie Sanders negli Usa, per citare due vecchioni. Qualcuno gli ha rammentato che Peron tornò al governo quando aveva 78 anni, e in fondo Giorgio Napolitano domina la scena nonostante abbia passato i 90. L’importante è conservarsi bene.
Perciò le feste «eleganti» fino alle tre di notte sono ormai un ricordo. Qualora cadesse in tentazione, non troverebbe la compiacenza di chi ora lo assiste: da Licia Ronzulli in veste di segretaria ai due assistenti Valentino Valentini e Sestino Giacomoni, quasi filiali nel loro affetto, con la supervisione dell’avvocato Niccolò Ghedini e di Gianni Letta, ritornato vicino a Silvio dopo una fase di disincanto. Il risultato è che adesso raramente chiude le palpebre mentre qualcuno gli parla, e se ciò accade è segno di noia più che di età avanzata, perché quando l’argomento gli interessa sarebbe capace di discuterne ore.

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E la sua partita si giocherà su più fronti. Alle elezioni, per prendere un voto in più della Lega e rivendicare così la possibilità di scegliere il presidente del Consiglio in caso di (improbabile) maggioranza per il suo centrodestra che vedrà anche Giorgia Meloni ma soprattutto una miriade di piccole sigle con cui stringerà accordi parlamentari. E dopo le elezioni in caso di mancata maggioranza per creare i presupposti per un governo con il Partito Democratico in cui lui potrebbe essere l’azionista di peso e responsabile. Senza Renzi al comando.