Politica

L'Italia (non tanto) divisa tra europeisti e no-euro

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Una ricerca realizzata da Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa sui cittadini italiani racconta di un orientamento generale certamente non entusiasta verso l’Europa, con aree non marginali di criticità, ma sicuramente non incline a prospettive di abbandono. Anzi, si chiede al governo un maggiore e rinnovato impegno nel cambiamento dell’Ue volto al suo rafforzamento. L’indagine comincia chiedendo agli italiani se vogliono un referendum come quello votato sulla Brexit. La maggioranza (56,3%) ritiene che su un argomento così spinoso dovrebbero essere i politici eletti a decidere il da farsi, mentre poco più un quarto (28,1%) sarebbe dell’avviso che fosse il popolo a decidere. In altri sondaggi si spiegava che la fiducia nell’Europa è in calo. Sarà anche quanto è accaduto nel dopo-Brexit e, forse, non rappresenterà un rinnovato feeling verso i politici, ma un simile esito evidenzia una cautela degli interpellati nel decidere «di pancia» su temi così complessi. E costituisce anche un’attribuzione di responsabilità nei confronti dei propri rappresentanti. Anche perché comunque l’Unione è vissuta come una conquista, un’istituzione di cui non ci si può sbarazzare con imperizia.

Prova ne sia che solo il 13% considera l’Europa un ostacolo nel cammino di uscita dalle difficoltà economiche del nostro Paese. Per contro, una misura più che doppia (28%) la valuta un’opportunità per superare le carenze nostrane. Alla fine la maggioranza fra gli italiani vive l’Ue come una necessità (57,5%), che però deve essere ripensata nella sua struttura e negli obiettivi. In definitiva, prevale un orientamento verso l’Ue duplice e complementare. Da un lato, spaventa una larga fetta di popolazione la prospettiva di uscire dall’Ue e, soprattutto, abbandonare l’euro per tornare alla vecchia lira. Nel primo caso, i due terzi degli intervistati (64,4%) ritengono che se l’Italia non facesse parte dell’Unione le difficoltà economiche sarebbero ancora peggiori. Nel secondo caso, ben il 71,7% considera l’uscita dall’euro foriera di una recrudescenza delle nostre condizioni economiche. Dall’altro lato, è diffusa l’idea che l’Italia si debba impegnare per favorire un mutamento delle politiche e delle prospettive dell’Ue, anche negoziando nuove e più flessibili regole.
Così, i quattro quinti degli italiani (80,5%) auspicherebbero che il governo promuovesse un coordinamento tra le politiche economiche delle diverse nazioni. Ciò dovrebbe essere accompagnato dall’ottenimento di una maggiore flessibilità sui vincoli finanziari (55,4%), per quanto su questo punto gli intervistati mostrino una maggiore cautela forse memori della nostra tradizionale abilità nell’aggirare le norme. In definitiva, sommando gli orientamenti espressi, confrontandoli con quanto rilevato nel 2014, emerge una tendenziale polarizzazione degli atteggiamenti verso l’Ue. Gli «euroconvinti», quanti considerano deleterio un abbandono dell’Unione e dell’euro, costituiscono i due terzi della popolazione (67,4%), quota in leggera crescita rispetto al 2014 (63,6%). All’opposto, gli «anti-euro» (15,2%) sono una parte minoritaria, ma non marginale, anch’essi in lieve aumento sul 2014 (11,7%). Ne consegue che gli «euro-flebili» (9,4%, erano 13,9% nel 2014), favorevoli all’Unione, ma con perplessità, e gli «euro-scettici» (8,0%, erano il 10,8% nel 2014), indifferenti o propensi a uscire dall’Ue, diminuiscono di peso.

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Il sondaggio di Last sull’Europa

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