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eSports: quanto si guadagna a giocare con i videogames

Il fenomeno degli eSports è nato ufficialmente a fine anni 90 in Corea del Sud, sulla scia della digitalizzazione del Paese. Nelle strade di Seul iniziavano a fiorire negozi attrezzati con pc connessi che invitavano a giocare assieme. Il Corriere della Sera, in un articolo a firma di Federico Cella, oggi racconta i numeri di un fenomeno in espansione. Negli Usa la tendenza è già chiara: il pubblico degli eSports ha raggiunto il 14% della popolazione nella fascia tra i 10 e i 35 anni, sempre più vicino al 18% dell’hockey su ghiaccio.

I cosiddetti pro gamer sono veri professionisti che vivono di premi milionari, sponsor e di tutto l’indotto che arriva dal muovere masse incredibili tramite i canali social. «Non siamo lontani dagli atleti veri: se a tutti piace giocare a calcio ma solo in pochissimi arrivano in serie A, così a molti piace Call of Duty ma solo se sei un talento arrivi a giocarti i mondiali».
Il racconto è di Michela «Banshee» Sizzi, 27 anni, di Bergamo, pro gamer e capitano del team femminile di True eSports. «Da noi al momento è impensabile poter vivere solo di questo. Negli Usa parliamo invece di campioni coccolati, che si allenano 8-12 ore al giorno sotto lo sguardo di preparatori professionisti». A seguire le squadre, oltre al manager, c’è l’allenatore in campo, il mental coach e l’analyst che seziona le partite per capire dove si può migliorare.

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Esports: i numeri del fenomeno (Corriere della Sera, 12 giugno 2017)

In Italia funziona soprattutto il calcio: anche se giochi Fifa hanno un pubblico decisamente più ridotto rispetto ai già citati Dota 2, League of Legends e CounterStrike, possono funzionare come ponte per il cosiddetto pubblico casual che fatica a capire il fenomeno. La Sampdoria ha dato il via, l’hanno seguita Bologna, Empoli, Genoa. E la Roma, che si è affidata a veri esperti del settore come gli inglesi di Fnatic. Daniele Paolucci, 21 anni e campione di Fifa, incassa cifre da fare invidia a molti:

«La passione si trasforma in lavoro: avrò uno stipendio, sui 1.200 euro, e vitto e alloggio». Perché un giocatore professionista, anche se di videogiochi, deve vivere in ambiente protetto, seguito dai coach, allenarsi e promuovere il proprio nome con i video su YouTube e i post sui social. Essere bravi non basta: bisogna essere conosciuti e muovere le masse di adolescenti, il vero valore commerciale di un pro gamer. Valore che inizia a essere non da poco: «Negli ultimi mesi ho portato a casa circa 30 mila euro». Con buona pace di papà e mamma Paolucci. «Ora se mi trovano davanti alla Playstation non si lamentano: sanno che lo faccio per lavoro».