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Crisi di governo: cosa farà adesso Conte?

La crisi di governo potrebbe rimanere “congelata” fino al 20 gennaio. Dopo Conte potrebbe andare in Aula ad affrontare Renzi. Che potrebbe però avere ancora qualche carta da giocare

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Ieri sera Giuseppe Conte all’apertura del CdM ha accettato le dimissioni delle ministre Bonetti e Bellanova annunciate durante la conferenza stampa di Matteo Renzi. Il premier ha usato le parole “crisi di governo“: “Cari ministri, purtroppo questa sera IV si è assunta la grave responsabilità di aprire una crisi di governo. Sono sinceramente rammaricato, e credo di potere interpretare anche i vostri pensieri, per il notevole danno che si sta producendo per il nostro Paese per una crisi di governo nel pieno di una pandemia e di una prova durissima che il Paese sta attraversando. Se un partito fa dimettere le sue ministre, questo non può essere considerato un fatto estemporaneo, non si può sminuire la gravità di questa decisione”. Cosa succede adesso?

Cosa farà adesso Conte?

Nonostante Conte abbia sentito al telefono Mattarella, comunicandogli la decisione delle ministre di Iv di dimettersi, non sarebbe previsto per ora un nuovo incontro in cui il premier presenti le dimissioni per ottenere il reincarico e dare vita a un Conte Ter. E per qualche giorno potrebbe non succedere niente. Secondo Repubblica fino al 20 gennaio il governo rimarrà in piedi e poi Conte proverà ad andare in Aula:

Vuole invece prendere tempo, congelando la crisi per alcuni giorni, forse addirittura fino al 20 gennaio, in modo da consentire il voto sullo scostamento di bilancio e i nuovi ristori. Soltanto a quel punto dovrebbe affrontare al Senato il leader di Rignano. A viso aperto, «in modo trasparente e di fronte a tutti gli italiani». In questo modo dividerà l’Aula, forse la spaccherà. Drammatizzerà, almeno questo è il suo progetto, creando le condizioni politiche per scippare senatori a Renzi e andare avanti con i responsabili. Il primo passo si manifesta già a sera, quando alla Camera sembra in procinto di nascere un gruppo “contiano”, con il placet dell’avvocato. Il primo varco per un’operazione da replicare, spera, a Palazzo Madama.

L’ostacolo è appunto quello dei famosi “responsabili”: una soluzione che Mattarella non accetterebbe. Conte potrebbe andare avanti solo se fosse appoggiato da «maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro». E mentre Mastella ha spiegato di voler lavorare ad un gruppo comunque al momento i numeri non sarebbero tali da assicurare una navigazione dell’esecutivo. Ci sarebbero i 92 del Movimento 5 stelle, i 35 del Pd, i 17 del gruppo misto (compreso Leu e Maie), un paio di ex pentastellati (Martelli e Ciampolillo), poi i senatori a vita Rubbia e Piano ma comunque mancherebbero all’appello sei o sette voti, senza considerare che il centrodestra (i leader torneranno a vedersi domani) si è blindato. Non è detto che però qualcosa non si muova. Giovanna Vitale su Repubblica racconta che ci sarebbero quattro senatori di Italia Viva pronti a non seguire Renzi:

Ciononostante, al Senato continuano a mancare numeri sicuri. Continua a lavorarci Goffredo Bettini. Ma Silvio Berlusconi, almeno ufficialmente, non sembra troppo collaborativo: avrebbe le mani legate a causa dei sovranisti, che lo marcano strettissimo. Singole schegge – magari sotto la regia di Gianni Letta – potrebbero comunque staccarsi da Fi, come quattro senatori renziani sarebbe pronti a non seguire il leader.

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Anche Forza Italia nonostante i proclami di Meloni e Salvini che vogliono le elezioni potrebbe dare una mano al premier. Le urne sono lo scenario che non si può realizzare. La Stampa spiega che il Movimento 5 Stelle è pronto a tutto pur di evitarle, anche a costo di mollare Conte se non si potesse fare altrimenti:

«Faremo quadrato intorno a Giuseppe Conte fino all’ultimo- viene fatto trapelare in tarda serata-, ma se poi al tavolo delle trattative si dovesse chiedere il sacrificio di troppi ministri di peso del Movimento, potremmo anche accettare un altro nome per palazzo Chigi, magari suggerito dal Colle». E quello della presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, in fondo, non dispiacerebbe ai grillini, «purché il governo nascente abbia una forte impronta politica»

Alla fine Renzi che ieri sera avrebbe detto ai suoi “Ogni soluzione passerà da noi” potrebbe rientrare in gioco nonostante da ieri sera gli esponenti della maggioranza dicano il contrario, come spiega il Messaggero:

Dalla sua Conte ha però la pressione del Quirinale su tutte le forze politiche della maggioranza – renziani in testa – per chiudere rapidamente la crisi ed evitare l’arrivo a palazzo Chigi di un esecutivo tecnico che traghetti il Paese alle urne. Si inizia infatti ad avvertire il pressing dell’opposizione e rischia di tornare d’attualità il peso che ha la riforma costituzionale su un Parlamento che tra qualche mese dovrà scegliere il nuovo Capo dello Stato. La strada per ritrovare un accordo è stretta ma non impossibile e poggia anche sul post rilanciato da Beppe Grillo che invita ad una ricomposizione con «i costruttori» dell’attuale maggioranza. Dopo lo strappo renziano nel Pd si mastica amaro. Tutti, o quasi, lanciano strali contro Iv, mai dem tornano a ritessere la tela interrotta qualche giorno fa e che prevedeva le dimissioni di Conte nelle mani di Mattarella solo dopo aver trovato un nuovo accordo nella maggioranza in modo da ricevere un nuovo incarico. Dopo giorni di resistenze, la strada del “rimpasto” va in soffitta e anche ieri notte sono proseguiti i contatti tra Pd e Iv per arrivare ad un’intesa che non sia troppo penalizzante per il presidente del Consiglio