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Cosa vuole fare la Lega con Draghi?

Oggi alle 11 nella sala della Lupa di Montecitorio ci sarà il primo incontro tra Salvini e Mario Draghi: il leader della Lega ieri ha eliminato i veti ai 5 Stelle spiegando che spera in un governo di tutti. Sarà un sì pieno a Draghi? Non è detto che alla fine non cambi idea

Oggi alle 11 nella sala della Lupa di Montecitorio ci sarà il primo incontro tra Salvini e Mario Draghi: il leader della Lega ieri ha eliminato i veti ai 5 Stelle spiegando che spera in un governo di tutti. Ma non è detto che alla fine non cambi idea e rimanga all’opposizione. Dove Giorgia Meloni potrebbe rosicchiare consenso da una posizione di vantaggio

Cosa vuole fare la Lega con Draghi?

La delegazione della Lega composta da Salvini e dai capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo quando andrà a parlare con Mario Draghi porrà dei paletti, spiega il Fatto:

taglio delle tasse, una riforma della giustizia garantista e il controllo delle frontiere. Che, anche se non saranno veti espliciti, vuol dire discontinuità rispetto al Conte bis. Quindi niente Bonafede, Azzolina e tantomeno Lamorgese. E magari, sostiene Giorgetti, incassare la disponibilità ad andare a votare nella primavera del 2022, dopo che la prossima maggioranza avrà issato Draghi al Quirinale. Per questo l’obiettivo del leghista è quello di spoliticizzare il governo che nascerà per renderlo un “esecutivo di salvezza nazionale” e non lasciare l’autostrada dell ’opposizione a Meloni che ieri, dopo aver incontrato Draghi, ha lanciato diverse frecciate al leghista: “Io non vorrei un governo con tutti e non ho chiesto ministri a Draghi, a differenza di altri”.

Mario Draghi al Quirinale
Dichiarazione del Prof Mario Draghi al termine del colloqui con il Presidente Sergio Mattarella,al Quirinale
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Per Salvini e per la Lega l’occasione è quella giusta per rivendersi in Europa e scrollarsi dalle spalle l’alone di irresponsabili sovranisti. Sono in tanti, a partire dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia e da Giorgetti a spingere per l’ingresso nell’esecutivo:

Salvini insegue così il suo personalissimo «sdoganamento» in Europa, se entra in un governo Draghi, nessuno potrà più affibbiargli patenti da irresponsabile sovranista. Ha necessità di rompere il “cordone sanitario” costruito su misura a Bruxelles. E poi la base imprenditoriale al Nord pretende il “sacrificio”. Se l’operazione andrà bene e ci sarà da incassare il dividendo politico, la Lega non vuole restare fuori. Perfino i falchi anti europeisti Borghi e Bagnai hanno smesso di volare. «Spiace per il no della Meloni», azzarda addirittura Borghi. Di Giorgetti e del capogruppo Molinari si parla per i due posti da ministro in quota Lega. L’ex sottosegretario – tra gli artefici della svolta – si tira fuori. Sarà difficile dire no se il suo amico SuperMario lo chiamerà a bordo

Il punto è che però se il Carroccio entra nel governo con dei ministri, come le altre forze politiche, non si può più parlare semplicemente di “esecutivo di salvezza nazionale”. E qui entra in gioco Giorgia Meloni. Che si è defilata, non chiarendo se voterà no alla fiducia o si asterrà, ma chiarendo che Fratelli d’Italia non si metterà mai ad un tavolo con Partito Democratico e 5 Stelle. Una minaccia per Salvini? Alla fine l’ex ministro dell’Interno potrebbe far saltare il banco per non essere dissanguato da FdI all’opposizione. Per La Stampa l’indecisione potrebbe essere superata se fosse lo stesso Capitano a sedersi in CdM:

Giorgetti teme che Salvini possa decidere all’improvviso di rimanere all’opposizione. Il segretario del Carroccio è spaventato dalla prospettiva di perdere consensi a destra, a favore di Giorgia Meloni, e di non avere abbastanza garanzie sui temi per lui identitari: immigrazione e pensioni. Per esempio, che farà Draghi di Quota100, una delle riforme più detestate dall’Europa? La risposta gliel’ha già fornita Giorgetti: perché dovrebbe cancellarla proprio adesso, se scade tra un anno? Il leader sa che la maggioranza schiacciante del suo partito si è espressa a favore di Draghi, parlamentari, capigruppo, governatori del Nord, il veneto Luca Zaia in testa. C’è un’enorme pressione da parte degli imprenditori e dei mondi economici vicini al Carroccio. E «all’apostolo delle élite» (copyright Alessandro Di Battista) alla fine si sono convertiti persino gli ex no-euro leghisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi. Ma c’è anche un altro movente a determinare le scelte di Salvini: potrebbe essere lui in persona a entrare come ministro per la quota leghista, e non Giorgetti come sembra scontato ai più

Il nodo alla fine è il programma: sia la Lega che il Partito Democratico temono di dover convivere con chi hanno sempre combattuto. E se Salvini ha paura di essere oscurato sui temi che da sempre utilizza per la sua propaganda, come l’immigrazione o Quota 100, anche il PD rischia di dover digerire un “alleato” per nulla comodo  di fronte ai suoi elettori.