Cultura e scienze

Coronavirus: la Fiera di Milano come Wuhan

Ventimila metri quadri su due piani per ricavare posti di rianimazione. Servono 800 infermieri e 150 medici. Bisogna costruire tutto in una settimana

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La Lombardia è la prateria privilegiata per il Coronavirus Sars2Cov. Le cifre sono sei volte superiori a regioni pur in grave emergenza come Emilia-Romagna e Veneto. Ieri la sola Lombardia ha registrato 1.445 positivi arrivando a 8.725 in tre settimane. E se nella ex zona rossa del Basso Lodigiano i casi di COVID-19 calano, crescite importanti, come riferito ieri dall’assessore alla Sanità Giulio Gallera, si registrano nelle province di Bergamo (2.136), Brescia (1.598) e dell’area di Milano (1.146). Per questo, spiega oggi Davide Milosa sul Fatto Quotidiano, nel capoluogo lombardo, ieri, Protezione civile, Regione e Fondazione Fiera si sono riunite (lo faranno anche oggi) per varare un progetto in stile Wuhan, un nuovo ospedale in una settimana.

Le fonti sentite dal Fatto parlano di una probabilità di riuscita oltre il 50%. Bisogna farcela. Gli spazi saranno ricavati dai padiglioni 1 e 2 della Fiera in piazza Carlo Magno. È un’area di 20mila metri quadrati, distribuiti su due piani, e che arriverebbe a ospitare circa 600 posti di terapia intensiva con una logistica complessa e divisa per gravità di paziente. Ma se gli spazi non vanno costruiti ex novoe comunque dotati di condotte dell’aria adeguate, gli interni devono essere allestiti. La parte infrastrutturale per un padiglione sarà in carico a Fondazione Fiera, mentre macchinari e personale arriveranno, si spera, dal governo.

È una grande scommessa. Anche perché se le infrastrutture con l’arrivo dei container dalla Protezione civile (per 9 posti ognuno) sono fattibili, i macchinari restano un punto di domanda. Creare un letto di terapia intensiva non è semplice. Ogni lato del letto deve avere un’area libera di circa un metro, poi serve un riciclo dell’aria costante, un ventilatore meccanico, un monitor multiparametrico, sei pompe peristaltiche e infusionali per la somministrazione di farmaci e alimenti, prese di ossigeno e strumenti di aspirazione per quei pazienti che, intubati, non possono deglutire e vanno aspirati.

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In situazioni normali – spiega l’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani –, ci vuole un mese per allestire una sala di terapia intensiva. Questo dà la misura della difficoltà. Data anche dalla carenza di personale. Contando al ribasso circa 500 letti gestiti su tre turni da 8 ore, per ogni turno ci vogliono 250 infermieri (uno per due letti più gli Oss) e 50 anestesisti se ipotizziamo che ogni medico gestisca 10 letti. Il che significa in totale circa 800 infermieri e 150 medici. Questa la portata di una missione che se andrà a buon fine potrà salvare il sistema sanitario lombardo dal disastro.

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