Cultura e scienze

Quali sono i veri numeri del coronavirus COVID-19

Improvvisamente ieri è stato annunciato un picco dei casi di contagio di coronavirus. I dati si riferiscono unicamente alla provincia di Hubei e sono in contrasto con quelli ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Al punto che diversi scienziati hanno iniziato a dubitare della veridicità delle informazioni sull’epidemia fornite dalle autorità cinesi. Ma la situazione non è così semplice, e i dati – come sempre in questi casi – hanno un alto margine di incertezza

Ieri è successo qualcosa di “insolito” nel conteggio dei casi di persone contagiate da coronavirus COVID-19. Secondo l’ultimo report dell‘Organizzazione Mondiale della Sanità i casi confermati di infezione sono 45.171, di questi 44.730 si sono registrati in Cina. Il conteggio dell’ECDC (e dell’ISS) è leggermente diverso e si parla 45.179 casi confermati in laboratorio. Il conteggio dei morti invece è lo stesso: per ora i decessi ufficiali sono 1.115, compreso l’unico paziente morto fuori dai confini cinesi, nelle Filippine. Ma c’è un nuovo dato che lascia perplessi scienziati e giornalisti e rende più difficile interpretare la realtà.

L’impennata di casi di COVID-19 a Hubei

Le autorità della provincia di Hubei, dove si trova la città di Wuhan che è attualmente l’epicentro del focolaio epidemico di COVDID-19, hanno reso noto che nella sola giornata di ieri sono morte 242 persone e ci sono stati 14.840 nuovi casi di contagio a partire dal 12 febbraio. In base a questi nuovi dati il numero dei contagiati salirebbe così a 48.206, mentre il numero dei decessi a 1.310. Come mai questi numeri sono così diversi dalle statistiche ufficiali diffuse da OMS, ECDC e ISS che nell’ordine sono le principali autorità sanitarie a livello mondiale, europeo e italiano?

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Il virologo del San Raffaele di Milano Roberto Burioni ha commentato la notizia ieri su Twitter scrivendo «lo ammetto: non ci capisco più niente» e soprattutto aggiungendo: «da questo momento non commento più dati ufficiali cinesi. Prendano in giro il mondo ma non me». Il punto, secondo Burioni, è l’inaffidabilità dei dati forniti dalle autorità cinesi, perché l’impennata dei casi di COVID-19 dimostrerebbe che la Cina sta in qualche modo mentendo sull’entità del contagio. Quali sono i dati reali? Quelli che erano noti fino a ieri o quelli che diffusi in queste ultime ore? Anche il virologo Pierluigi Lopalco ha commentato «lo vado dicendo fin dall’inizio (non solo io ma tutti coloro che hanno provato a fare modelli di trasmissione): il numero reale di casi va probabilmente moltiplicato  per 10».

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Il numero di casi di COVID-19 in base ai dati della John Hopkins University Fonte

Qualche giorno fa su MedicalFacts Burioni scriveva che la Chinese National Health Commission aveva deciso “di considerare casi di coronavirus confermati solo quelli che risultano positivi al test e hanno sintomi”. La mappa live della John Hopkins University – che utilizza come fonti i dati di : OMSCDC (l’ente USA), ECDCNHC (l’autorità sanitaria cinese) e DXY – parla di 60.342 casi confermati, dei quali  59.817 in Cina con 1.367 morti totali.

La Cina sta mentendo sull’epidemia di COVID-19?

Ma come mai c’è stata questa “strana” impennata del numero dei casi di COVID-19 proprio a partire dal 12 febbraio? A quanto pare la risposta è sempre in un’indicazione della Commissione nazionale di sanità di Pechino che, al contrario di quello che si diceva nei giorni scorsi, avrebbe ampliato la definizione dei “casi clinicamente diagnosticati” fino ad includere anche i cosiddetti casi sospetti. Per ragioni ancora sconosciute l’Hubei, e solo quella provincia in tutta la Cina, avrebbe così deciso di adottare queste nuove linee guida.

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Fonte: ECDC

Ma cosa prevedono le nuove indicazioni? Secondo il New York Times per “diagnosticare” (e di conseguenza conteggiare) i casi di COVID-19 negli ospedali ora si utilizzano anche radiografie dei polmoni per pazienti che presentano sintomi compatibili con l’infezione da coronavirus. In questo modo, sostengono i funzionari cinesi, è più facile iniziare un percorso terapeutico e razionalizzare la ripartizione delle risorse mediche e ospedaliere. Il problema di questa “diagnosi” però è duplice. Da un lato non è un test conclusivo che dimostri in maniera incontrovertibile che il paziente ha contratto COVID-19 (ad esempio ci potrebbero essere “falsi positivi” come semplici ammalati di influenza). C’è chi spiega questa decisione parlando di una crescente scarsità di kit diagnostici per effettuare lo screening (ma non è un dato confermato). Dall’altro questa nuova modalità di conteggiare i casi di contagio mostra quante persone in questo momento siano ammalate nella provincia di Hubei e a Wuhan e come fino ad ora la loro “esistenza” sia stata sottaciuta nelle statistiche ufficiali. In base a questa revisione i cosiddetti  “clinicamente diagnosticati” sarebbero 13.332 sui 14.480 di cui sopra..

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Tutto chiaro? Non molto. Questo nuovo sistema di classificazione spiegherebbe senz’altro la discrepanza con i dati dell’ECDC, che tiene conto unicamente dei casi di COVID-19 confermati in laboratorio. Ma ci sono altre questioni. Ad esempio in base a quei dati – e sempre con una certa cautela visto che la situazione è in costante evoluzione – il virologo e capo dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta Guido Silvestri scrive che «pur con la cautela già espressa ieri — che riassumo in due concetti, dati non affidabili e possibilità di focolai secondari — i numeri al momento disponibili indicano in modo piuttosto chiaro come l’epidemia sia in fase di rallentamento». Silvestri non è l’unico che – utilizzando i dati ufficiali di OMS/ECDC – parla di una tendenza alla stabilizzazione, anche il dottor Salvo Di Grazia (Medbunker) la vede allo stesso modo.

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La domanda delle cento pistole è una sola: tutte queste “discrepanze” e “differenze” significano che non dobbiamo fidarci dei dati cinesi o che non dobbiamo fidarci dei dati tout court? E ancora: quanto sono affidabili e “reali” i dati ufficiali diffusi da OMS e ECDC? Una risposta, provvisoria come lo sono i dati, ce la dà l’esperto di analisi di dati Enrico Bucci spiega in un commento al post di Silvestri che «i dati si riferiscono solo a coloro che sono stati ospedalizzati e sono positivi al virus. Inoltre, i dati arrivano “a pacchetti” e con ritardo dagli ospedali più periferici: anche questo può contribuire a improvvise “risalite” del numero di infetti». Stiamo quindi “guardando” solo ad un campione degli infetti, ma non sappiamo quanto sia rappresentativo della realtà. Conclusione? Secondo Bucci «possiamo guardare ai dati perché è meglio che niente, ma dobbiamo prenderli con un ampio margine di incertezza, che, a guardare le variazioni da un giorno all’altro, può essere anche molto significativa».

In un ulteriore post pubblicato su Facebook Bucci ha precisato che allo stato attuale «ogni tentativo di fare stime sull’andamento dell’epidemia nello Hubei è compromesso» le ragioni sono principalmente «l’evidente eterogeneità del campionamento, l’errore atteso sulla diagnosi clinica senza test molecolare, la mancanza di notizie circa l’eventuale “saturazione” delle risorse disponibili, primi fra tutti i kit diagnostici». Bucci ha anche pubblicato un grafico dove viene rappresentato un ipotetico andamento dei soggetti infetti comunicati ogni giorno in base al variare del criterio diagnostico – che come riferiscono più fonti sarebbe la ragione della discrepanza tra i dati ufficiali di OMS/ECD e quelli cinesi – «i numeri possono variare di tanto, di tantissimo, e crescere ancora di molto».

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