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Assia Belhadj, la candidata islamica che non riesce a far punire chi l'ha riempita di insulti razzisti su Facebook

Massimiliano Cassano|

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Da alcuni giorni circola la notizia che la Procura di Belluno abbia chiesto – e ottenuto – l’archiviazione sul caso degli insulti razzisti ricevuti online dalla scrittrice e mediatrice culturale italo-algerina Assia Belhadj perché “gli uffici non dispongono di accesso a Facebook”. La nota della polizia giudiziaria allegata alla decisione di archiviazione parla esplicitamente di questo impedimento “tecnico”, spiegando che “prima queste indagini venivano fatte da un agente in servizio in Procura che però agiva con il suo profilo privato, sul suo computer”. Ma la faccenda pare essere più complicata di così, e coinvolgerebbe anche la differenza tra il sistema penale italiano e quello statunitense – dove ha sede Facebook – che avrebbe portato all’impossibilità di identificare gli autori degli insulti.

Gli insulti razzisti ad Assia Belhadj su Facebook

Tutto era iniziato nell’agosto 2020, quando Assia Belhadj si candidò in Veneto alle elezioni amministrative annunciandolo su Facebook pubblicando una foto con il velo e l’invito a votarla, ricevendo però decine di insulti razzisti e minacce. Il suo avvocato, Enrico Rech, presentò una denuncia alla Procura di Belluno. “Nell’aprile del 2021 – spiega Rech – arrivò dal Pubblico Ministero la richiesta di archiviazione perché i responsabili di insulti e minacce non erano individuabili”. Belhadj e Rech chiesero alla Procura di contattare direttamente la società del social network per farsi consegnare i dati di chi aveva minacciato, e la replica fu: “La rete in uso all’ufficio non consente l’accesso a Facebook”.

Le spiegazioni della procura di Belluno

Senza ritrattare su quando detto, il procuratore di Belluno Paolo Luca ha però aggiunto in una nota: “In relazione alle notizie apparse sulla stampa secondo le quali il procedimento sarebbe stato archiviato perché la Procura non ha i social si comunica che per i reati di diffamazione esistono rogatorie internazionali su cui gli Stati Uniti hanno inviato una nota nel 2016”. Negli Usa, infatti, non c’è il reato di diffamazione e quei contenuti offensivi sono protetti dal Primo Emendamento della Costituzione sul diritto di libertà di espressione. Così il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti respinge regolarmente le richieste di rogatorie internazionali che riguardano la diffamazione. “Noi abbiamo il massimo rispetto della Procura e della Polizia Giudiziaria di Belluno, competenti e serissime”, ha aggiunto Rech, “però mi chiedo come mai altrove, in altre indagini, si riesca a risalire agli autori di insulti e minacce sui social network”.