Opinioni

Marine Le Pen, Matteo Renzi e il gioco al massacro dell'Europa

Dopo la vittoria di Marine Le Pen alle elezioni regionali in Francia Matteo Renzi ha voluto farci sapere in francese che l’Europa deve cambiare. Ed è difficile dargli torto quando fa notare che le istituzioni europee sono le migliori alleate del Front National, perché l’Europa stretta nella morsa della disoccupazione e della paura non possono non aiutare l’ascesa dei nazionalismi, in salsa francese o nell’imitazione padana.
matteo renzi europa

L’Europa deve cambiare
Credo che sia arrivato il momento per le Istituzioni Europee di guardare in faccia la realtà: di sola tattica si muore. Senza un disegno strategico, soprattutto sull’economia e la crescita, i populisti vinceranno prima o poi anche alcune politiche nazionali.
In Italia no. In Italia vinciamo noi perché le riforme stanno finalmente dando frutti: la maggioranza degli italiani sta con chi vuole cambiare, non con chi sa solo lamentarsi.
Io non sono, dunque, preoccupato per l’Italia, ma sono molto preoccupato per l’Europa.
Se l’Europa non cambia direzione subito, le Istituzioni Europee rischiano di diventare (più o meno inconsapevolmente) le migliori alleate di Marine Le Pen e di quelli che provano a emularla.

Renzi fa il suo gioco quando racconta la favola di un’Italia per la quale non c’è da preoccuparsi, “dimenticando” che il più grande taglio del costo del lavoro da molti anni a questa parte – quello approntato dal suo governo – ha portato finora a miseri risultati, e l’orizzonte della crescita, esaurita o quasi la spinta del Quantitative Easing della Banca Centrale Europea, torna a farsi grigio. Ma il premier è intimamente convinto, come un suo illustre predecessore, delle balle che racconta, e la prova sta nel fatto che anche a Maria Teresa Meli riesce a dire che la ripresa italiana è dovuta “a fattori interni”.
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Ma proprio perché «siamo l’Italia, noi!», bisogna rendersi conto che la radice dei mali dell’Europa è altrove, e altrove risiede la soluzione. Oggi l’ascesa del Front National – soprattutto in ex roccaforti della sinistra francese  – è figlia della decisione di stringersi il cappio dell’austerità al collo presa autonomamente – ed è questa la parte comica della situazione – dai governi europei. Che hanno deciso di seguire il “faro” di Angela Merkel e delle “riforme strutturali” anche quando i risultati fallimentari sotto gli occhi di tutti hanno fatto cambiare idea a molti. «Se si vuole combattere il pericolo delle destre nazionaliste, l’unico rimedio efficace è combattere la disoccupazione come si combatterebbe una guerra (ma non per questo combattendo una vera guerra)», si dice giustamente. L’Europa delle “riforme che stanno dando frutti” ha perso l’occasione di farlo già all’epoca della crisi greca, quando Alexis Tsipras è stato lasciato solo a combattere una battaglia che così poteva solo perdere onorevolmente o disonorevolmente (e ha scelto la prima opzione). Potrebbe ancora, se fosse davvero composta da leader e non da follower (tanto per usare una formula che appartiene al nostro presidente del Consiglio). Sarebbe ora di archiviare l’austerity, il dogma del rigore, per prendere la strada del sostegno alla crescita e agli investimenti. Prima che sia troppo tardi.