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Marco Travaglio spiega la condanna ricevuta per diffamazione di Tiziano Renzi

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Come ormai da tradizione, Marco Travaglio sul Fatto oggi parla della sentenza per diffamazione nei confronti di Tiziano Renzi che l’ha condannato a pagare 50mila euro di danni annunciata ieri dal figlio Matteo su Facebook. Travaglio dice che non ha ricevuto notifica della sentenza:

Il bello è che non so letteralmente di quale sentenza o processo stia parlando, perché né a me né ai miei avvocati risultava quella causa. Forse la busta verde con l’atto di citazione si è persa tra le tante per colpa mia o dell’ufficiale giudiziario, o è andata smarrita nella trasmissione dalla nostra segreteria allo studio legale, chissà. Sta di fatto che ero contumace e non ho potuto difendermi.

Il direttore del Fatto fa poi sapere che la frase “incriminata” era questa: “Il padre del capo del governo si mette in affari o s’interessa di affari che riguardano aziende controllate dal governo”, e che il giudice, secondo il racconto di Annalisa Chirico del Foglio, che partecipava alla puntata di Otto e Mezzo del 9 marzo 2017, l’ha condannato perché “Le parole pronunciate dal giornalista hanno connotazioni oggettivamente negative, alludendo le stesse ad un contesto di malaffare e ad un intreccio di interessi privati, economici e politici ad elevati livelli […] Nel suo insieme e nel suo impianto, l’intervento del giornalista è demolitivo nei confronti dell’attore e di suo figlio, sul fronte etico, politico e della dignità personale”. Più avanti: “L’offesa è, nel caso di specie, tanto più grave in quanto si mettono in relazione gli affari personali dell’attore con l’ascesa politica del figlio che, all’epoca dei fatti (cui si fa riferimento nell’ambito della trasmissione), era stato capo del governo e, quindi, figura istituzionale dalla quale tutti si attendono attenzione e sensibilità per gli interessi dello stato”.

Risponde Travaglio:

Il minimo sindacale della cronaca del momento, e anche di oggi: com’è universalmente noto, Tiziano Renzi era ed è indagato dalla Procura di Roma(con richiesta di archiviazione non ancora valutata dal gip) per traffico d’influenze illecite con la Consip: società controllata dal governo, ai tempi in cui il premier era il figlio Matteo, che aveva nominato l’ad di Consip Luigi Marroni. Non solo.

Tiziano Renzi si era messo in affari con un’altra società partecipata dal governo, Poste Italiane, ottenendo per la sua “Eventi 6”un lucroso appalto per distribuire le Pagine Gialle nel 2016, quando Matteo sedeva a Palazzo Chigi. Affare legittimo, a parte la puzza di conflitto d’i nteressi, e mai sfiorato da indagini. Ma totalmente vero e verificato. Ricapitolando: quella sera, dalla Gruber, dissi la pura, semplice e anche banale verità.

Travaglio poi spiega che in ogni caso non sa nulla né della decisione del giudice né del processo perché evidentemente era contumace e il giudice ha deciso in assenza della sua parte (può succedere quando le notifiche del tribunale non vanno a buon fine, ma qui non se ne capisce il motivo visto che non dovrebbe essere difficile trovare un indirizzo a cui notificare qualcosa a Travaglio). E poi racconta di un episodio famoso che lo vide protagonista: nel 1995 fu denunciato per diffamazione da Cesare Previti ma il giornale per cui lavorava – l’Indipendente – fallì e si trovò così senza difesa in tribunale: venne condannato a pagare 79 milioni di lire in tribunale che gli venivano pignorati dal suo stipendio. L’appello poi ridusse la condanna a una ventina di milioni. E conclude:

Vedremo se stavolta andrà meglio. Ma me la vedrò io. Se ve l’ho fatta tanto lunga, cari lettori, è perché ne sentirete come sempre di tutti i colori. Ma mi preme dirvi ciò che vi ho già detto in occasione dell’altra causa alla fiorentina persa con babbo Renzi: ho detto la pura verità, quindi –se volete –potete continuare a fidarvi di me e del Fatto. Ci vuole ben altro per intimidirci.

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