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I sovranisti che difendono l’espresso italiano dall’attacco di Starbucks

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A febbraio 2017 i nazionalisti italiani si arrabbiarono per la decisione del Comune di Milano di accettare la sponsorizzazione di Starbucks che aveva “invaso” piazza Duomo facendo posizionare alcune palme. Gli eroi di CasaPound – che forse non si erano bene informati sulla vicenda – scesero in piazza al grido #difendimilano per combattere contro l’africanizzazione dell’Italia. Qualcuno diede anche fuoco ad una delle palme. Oggi Starbucks, la multinazionale americana dei caffè, apre finalmente il suo tanto atteso e temuto punto vendita nel capoluogo lombardo.

Giorgia Meloni difende il caffè italiano ma non i lavoratori italiani di Starbucks

La tentazione di denunciare l’invasione degli americani è forte ed irresistibile. Ecco infatti che la valorosa ed italica Giorgia Meloni ha subito tracciato il solco assorbente per difenderci dal caffè all’americana. È cosa nota infatti che l’italiano non sappia come si fa ad evitare di entrare dentro Starbucks  invece che sorbirsi un ottimo espresso in uno di quei baretti dove il servizio è quello che è, le brioche o i cornetti sono surgelati ma almeno il caffè è italiano (la proprietà invece spesso non lo è, ma Giorgia nostra glissa).

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La leader di Fratelli d’Italia si chiede come si fa a preferire le bevande servite da Starbucks al nostro caffè espresso, che tutto il mondo ci invidia. Ma la domanda dovrebbe essere un’altra, come mai gli americani “che non sanno bere il caffè e figuriamoci farlo” riescono a venderlo in tutto il mondo mentre non esiste nessuna multinazionale italiana del caffè? Mistero. Forse quello del buon caffè è un segreto che gli italiani preferiscono tenere per loro. E stupisce che la Meloni non si accorga che la multinazionale cattiva ha investito del denaro nel nostro Paese e assumerà – come fanno i vari Amazon (dove Meloni si è recata i in campagna elettorale per assicurarsi che non venisse utilizzato il famigerato braccialetto), McDonald’s e così via – personale italiano.

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Insomma Starbucks darà lavoro agli italiani così come i bar dove si beve (e si potrà ancora bere perché nessuno lo vieta) il nostro caffè espresso. Più che preoccuparsi della sfida tra bevande Giorgia Meloni potrebbe occuparsi invece di indagare sulle condizioni contrattuali e lavorative dei lavoratori di Starbucks, vigilando su eventuali violazioni.

Le associazioni dei consumatori arrabbiate perché il caffè costa troppo

Insomma è chiaro che se a qualcuno non piace Starbucks può fare a meno di andarci. Ma la “reserve roastery” di Starbucks a Milano non è nemmeno un normale Starbucks. È uno Starbucks pretenziosetto. Nelle intenzioni è un posto “di classe”, chic insomma. Lo diranno i clienti se la location – ottima sicuramente per selfie e post intriganti e pensierosi su Instagram – compenserà la differenza di qualità. A qualcuno non piace nemmeno questo, e qui le cose diventano più divertenti perché alcune associazioni dei consumatori con comunicati ad orologeria si lamentano dei prezzi (ma non quando si tratta dei “famigerati” caffè di Piazza San Marco a Venezia).

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Il Codacons ha presentato un esposto all’Antitrust “per verificare la correttezza della pratica commerciale posta in essere” da Starbucks. I prezzi praticati da Starbucks sono, secondo il Codacons, “lontanissimi dalla media praticata a Milano dove per un espresso si spende in media 1 euro e 1,30 euro per il cappuccino”, contro i prezzi di 1,80 per il caffè e 4,50 per il cappuccino fissati dall’azienda americana. Secondo l’associazione presieduta da Carlo Rienzi le tariffe «possono rappresentare un danno per gli utenti italiani che vogliono provare l’esperienza di consumare un caffè da “Starbucks”».

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Non potendo accusare la multinazionale di fare prezzi troppo bassi per eliminare la concorrenza la si accusa di far pagare troppo. Il che se non altro è un vantaggio per tutti gli altri bar della zona. Anche l’Unione Nazionale Consumatori approfitta dell’apertura di Starbucks per farsi un po’ di pubblicità e spiegare che il prezzo è decisamente esagerato «l’80% in più rispetto alla media milanese» addirittura viene fatto il calcolo con la produzione casalinga. La nota di Massimiliano Dona precisa che «il caffè espresso fatto a casa, utilizzando 7 grammi di miscela, costa mediamente 12 centesimi, ecco che andare da Starbucks ci costa il 2471% in più». In base allo stesso ragionamento però anche prendere il caffè al bar rigorosamente italico invece che a casa costa un’esagerazione. Ma questo l’Unione Nazionale Consumatori sembra non notarlo.

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