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Il panopticon di Sérgio Moro o del sospetto come anticamera della verità

sergio moro

Il giorno due dicembre il portale online della Globo ha battuto la seguente notizia: «Moro investigherà l’origine di 174,5 miliardi di reais che furono regolarizzati». Sulle prime pensavo di avere letto male o, comunque, di essermi perso qualche passaggio anteriore. Mi domandavo, in particolare, quale potesse essere il senso investigativo di una indagine compiuta su capitali, i quali, all’epoca della presidenza di Dilma Rousseff e in seguito di Michel Temer, attraverso il pagamento di una robusta sanzione pecuniaria, erano stati rimpatriati e con ciò passati ad avere uno status giuridico legale. Come dicevo, sulle prime pensavo di essermi sbagliato, ma non vi era solo questo, bensì anche il pensiero che un’operazione del genere, ove realmente svolta, non solo sarebbe una patente idiozia, ma finirebbe per rappresentare una lista di proscrizione con aggiunta l’aggravante che si tratterebbe di persone, le quali hanno già regolarizzato la loro situazione col fisco e con la giustizia brasiliana. Tuttavia, si sa che il Superministro, non ancora insediato ufficialmente, Sérgio Moro non si ferma davanti a niente e a nessuno, fosse anche il sospetto come anticamera della verità, lui, da poco scopertosi fedele seguace degli insegnamenti di Giovanni Falcone, per il quale, però, il sospetto era l’anticamera del khomeinismo, non certo della verità.

Il panopticon di Sérgio Moro o del sospetto come anticamera della verità

Sia come sia, a riportarmi sulla notizia ci ha pensato il sempre acuto e intelligente Reinaldo Azevedo, uno dei pochi giornalisti brasiliani che non si è votato anima e corpo al Sacro Ordine della Magistratura, al contrario, sempre essendo puntuale nelle sue critiche all’attuale degenerazione giustizialista che stiamo vivendo in questo Paese. Dal blog di Reinaldo (in Brasile usa chiamarsi per nome…) apprendo che la notizia della Globo, troppo stupida per essere vera, al contrario, era verissima: «Sérgio Moro, futuro Ministro della Giustizia e candidato a diventare giustiziere delle afflizioni reali e immaginarie dei brasiliani, ha messo sotto la lente i 174,5 miliardi di reais, in beni e denaro, che i brasiliani hanno ammesso di custodire all’estero e che in massima parte è già stata rimpatriata». A questo punto Reinaldo stigmatizzava il lato, potremmo dire, pre-moderno dell’ultima alzata di genio di Moro: questi «vuole usare la lista di chi ammise di possedere beni all’estero (…) per fare un’indagine speciale». Tralasciando il fatto che un’indagine speciale è del tutto coerente se relazionata a chi ha fatto strame del diritto come pure a un Paese ormai prossimo a diventare uno Stato autoritario, riemerge, con decisione, la domanda sollevata poc’anzi: qual è la finalità pratica di un’indagine speciale condotta nei confronti di persone e aziende, le quali, per uscire da una condizione di illegalità, hanno optato per il pagamento di quasi un terzo delle somme o del valore dei beni rimpatriati? Prima di rispondere a questa domanda, occorre rilevare che la legge approvata per il rimpatrio dei capitali, ovviamente, si riferiva a capitali di provenienza lecita e coloro i quali dichiararono simili fortune furono esonerati dalle accuse di evasione fiscale, ma non furono amnistiati in via esclusiva e generale. Inoltre, non può passare in secondo piano il fatto di come una simile misura legislativa abbia permesso il rimpatrio di ingenti somme di capitali: nel 2014 furono 163,87 i miliardi dichiarati da parte di persone fisiche e 6,06 i miliardi provenienti dalle dichiarazioni di imprese. Nel 2017 la cifra totale dichiarata raggiunse i 174,5 miliardi di reais, quanto si tradusse in un’entrata di 52,6 miliardi di reais per le casse dello Stato. Insomma, a conti fatti, si è trattato di un’iniziativa vantaggiosa per ambo le parti, tanto per i cittadini quanto per lo Stato brasiliano.

sergio moro falcone

Proviamo, dunque, a capire meglio la ratio di questa lista di proscrizione che Sérgio Moro vorrebbe realizzare e, più ancora, di individuarne i motivi. Per fare questo possiamo servirci dell’articolo della Globo, da dove si apprende che il piano del futuro ministro sarebbe quello di creare una maggiore integrazione tra Polizia Federale, Ministero Pubblico Federale e unità legate al perseguimento di reati finanziari, quali, in primo luogo, il Consiglio di Controllo delle Attività Finanziarie (COAF), al fine di seguire il flusso del denaro, tanto per quanto concerne i reati riferibili alle organizzazioni criminali come pure per quelli commessi dai colletti bianchi. Come si vede, il proposito non solo è nobile, ma, qui sì, Moro sembra essersi posto, almeno in linea teorica, su di una linea di continuità col Falcone del “si devono seguire i piccioli”. Ciononostante, una rondine non fa primavera… È sempre Reinaldo Azevedo a cogliere il lato kafkiano (proprio nel senso de Il Processo di Kafka) della proposta avanzata da Moro, facendo notare come quelle persone e quelle imprese che rimpatriarono, denunciandoli, i propri beni immaginavano di chiudere i conti con la giustizia in via definitiva e non di finire dentro ad una lista di futuri indagati, peraltro sulla base di una convinzione, visto che parliamo di soggetti i quali saranno investigati senza che sia emerso il benché minimo indizio sul loro conto. La finalità, almeno quella dichiarata, di una simile operazione sarebbe di passare al setaccio le somme di denaro rimpatriate al fine di appurare l’eventuale provenienza illecita di simili capitali. In altri termini, un’organizzazione criminale di profilo internazionale potrebbe avere pensato ad una soluzione legale per rimpatriare capitali illecitamente portati all’estero, praticamente autodenunciandosi e pagando una somma considerevole allo Stato brasiliano. L’obiezione che si potrebbe fare a questa tesi è assai semplice e verte sul fatto che una qualsiasi organizzazione criminale, un minimo ramificata, non avrebbe alcun bisogno di portare sotto la lente d’ingrandimento dello Stato i suoi lauti guadagni, esistendo metodi assai più efficaci per continuare ad usufruire e a reinvestire il denaro frutto di attività illecite. Quale dunque la ratio e la finalità di una simile iniziativa che il Superministro, non ancora insediato, Sérgio Moro si appresta a prendere? La ratio, nemmeno troppo velata, è quella di trasformare la società brasiliana in un enorme panopticon dentro al quale ciascuno, in ogni momento, è passibile di un’accusa, un’indagine e una condanna, al fine di mantenere questa stessa società in un continuo stato di emergenza atto a giustificare il conseguente e continuo stato di eccezione.

 

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Resumo da minha semana. 😐

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Un panopticon nel quale i momenti kafkiani certamente non possono mancare. Come altro definire, se non kafkiana, una lista di persone sospettate di non si sa bene quale crimine, ma solo colpevoli del fatto che, in precedenza, pagando, erano stati beneficiari di una misura legislativa, pur a seguito di una violazione della legge da loro causata? Come accade ormai da tempo in questo Paese, siamo davanti al più bieco e autoritario giustizialismo, qui unito ad uma manifesta ignoranza con riferimento alla conoscenza delle organizzazioni criminali internazionali e ai meccanismi da queste usate per far “sparire” i soldi che guadagnano. Il rischio maggiore di una simile proposta sta nel fatto di questa diventare uno strumento posto alle dipendenze e sotto la totale discrezione del Ministero della Giustizia, che, agendo in stretta sinergia con la Polizia Federale (di cui Moro ha recentemente scelto i vertici) e con il COAF si troverebbe ad amministrare un potere pressoché illimitato. Rischio paventato anche da Reinaldo Azevedo con riferimento ai salti carpiati argomentativi che il “Partito della Polizia” (la definizione è sua) sarebbe capace di compiere, cui mi sentirei di aggiungere anche i salti carpiati argomentativi di cui pure il “Partito dei Magistrati” è capace. Del resto, per non fidarsi, basta guardare alla più recente storia giudiziaria brasiliana e a ciò che l’avvocato Rodrigo Tacla Duran ha assai acutamente definito con l’espressione “Kit del delatore”, riferendosi a come la Lava Jato, vero Leviatano inquisitoriale del nostro tempo creato da Sérgio Moro, non appuri i fatti, bensì li crei: nel caso Banestado e nella Lava Jato ritroviamo lo stesso procuratore (Carlos Fernando), gli stessi pentiti (Tony Garcia e Alberto Youssef), lo stesso avvocato dei pentiti (Antônio Augusto Figueiredo Basto) e lo stesso giudice: Sérgio Moro. Forse, sarebbe il caso che i brasiliani cominciassero a porsi delle domande e prima che sia troppo tardi anche a darsi delle risposte su questa tribunalizzazione della politica, di giorno in giorno, sempre più autoritaria, antidemocratica, antiliberale e antimoderna. In una parola: antiilluministica.

foto di copertina da instagram

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