Economia

La vera storia del reddito di cittadinanza che fa crescere il PIL

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Se prestate trenta euro a un amico con l’impegno di farveli restituire entro un anno e quello ve ne restituisce 15 poi vi viene da esultare per il grande affare che avete fatto? No, vero? Questo perché non siete politici. Se lo foste, esultereste anche se ve ne restituissero meno di quindici. E infatti in queste ore si sente un tripudio festante di politici del MoVimento 5 Stelle perché Paolo Gentiloni, commissario all’Economia dell’Unione Europea, ha “ammesso” (ahah, grande vittoria!1!undici) che il Reddito di cittadinanza, misura bandiera del M5S dovrebbe apportare tra  0,1 e 0,2% di crescita all’Italia su un totale di 0,6% previsto da Bruxelles.

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La crescita attesa nel 2020 (Corriere della Sera, 14 febbraio 2020)

“Adesso lo certifica anche l’Unione Europea: infatti, nello stesso giorno in cui, purtroppo, siamo costretti a sentire ancora qualcuno che definisce il Reddito di Cittadinanza ‘una follia’, la commissione Ue ci dice che il Reddito avrà un impatto positivo su consumi e crescita, da qui al 2021. Una crescita che, siamo certi, sarà ancor più forte grazie a quel salario minimo orario – altra battaglia storica del MoVimento 5 Stelle – che presto diventerà legge”, dichiarano garruli i grillini tutti impegnati nella circonvenzione dell’elettore incapace (di comprendere). “Ha avuto un effetto imponente non solo a sostegno della povertà, ma ad esempio sulla spesa e i consumi delle famiglie, quindi anche sul Pil italiano”, fa il palo Davide Casaleggio. Questo accade perché la maggior parte delle persone non si rende conto di quello che accade ai conti pubblici e la propaganda criminale (lo storytelling) fa di tutto per farli fessi. Quello che non vi dicono, infatti, è che l’apporto alla crescita del PIL da parte del reddito di cittadinanza andrebbe commisurato all’impegno economico assunto dal governo Lega-M5S che lo ha varato (e a quello PD-IV-M5S che oggi lo tiene in piedi così com’è, ovviamente). E sapete perché non ve lo dicono? Perché se ve lo dicono rischiate di imparare a fare di conto e di cominciare a inseguire con catrame e piume chi parla a sproposito. Ma c’è chi comunque lo scrive negli articoli:

L’impatto sulla crescita del primo vale circa lo 0,15% del Pil grazie alla spinta ai consumi. Si tratta di una quota significativa se considerata in termini relativi (è la metà dello 0,3%), ma pur sempre limitata se vista in un’ottica complessiva. Del resto il costo della misura-bandiera del M5S è comunque significativo e – come aveva sottolineato nei mesi scorsi la Commissione – ha un forte impatto su deficit e debito: circa 6 miliardi di euro quest’anno, pari a oltre tre decimali di Pil. In termini di crescita, dunque, il provvedimento rende la metà di quel che costa e gli effetti sul mercato del lavoro ancora non sono stimabili. (La Stampa, 14 febbraio 2020)

E volendo c’è anche chi lo precisa in maniera diversa:

Tuttavia, spiegano a Bruxelles, se la misura bandiera dell’M5S contribuisce tra lo 0,1 e lo 0,2% alla crescita, è costato alle casse pubbliche lo 0,4% del Pil, ovvero circa 6 miliardi. Inoltre la Commissione vede pronunciati rischi al ribasso per l’economia del Paese. (La Repubblica, 14 febbraio 2020)

Infine, è vero che non è possibile ancora stimare gli effetti totali del reddito di cittadinanza sul mondo del lavoro, anche perché quel gran genio che l’ha ideato lo ha fatto partire senza prima predisporre gli apparati di ricerca di un’occupazione. Tuttavia, è possibile riferirsi ai dati ANPAL per scoprire che “al 13 dicembre sono stati attivati 422.947 beneficiari, convocati dai centri per l’impiego, per poter partecipare alla prima fase preparatoria del più ampio percorso finalizzato alla ricerca del lavoro e a ricevere un’offerta congrua nei prossimi mesi. È il 53% di un totale di 791.351 avviabili al lavoro, cioè quella parte dei beneficiari che risultano tenuti a sottoscrivere un Patto per il lavoro (gli altri vengono inviati ai Comuni per sottoscrivere il Patto per l’inclusione sociale)”. Purtroppo – e stranamente… – all’ANPAL non viene in mente di farci sapere qual è la percentuale di persone che hanno trovato lavoro rispetto ai 791mila che sono idonei al lavoro (i percettori totali, ha fatto sapere l’INPS qualche tempo fa, sono invece 839.794). Ebbene, il rapporto percentuale tra chi è avviabile al lavoro e chi lo ha effettivamente trovato è questo: il 3,63%. Rispetto al totale dei percettori invece la percentuale è – ovviamente – più bassa e ammonta al 3,425%.

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Tra questi, quanti sono ad aver trovato un rapporto di lavoro a tempo indeterminato? Il 18% di 28763 è 5177. Quindi, ha trovato un lavoro a tempo indeterminato lo 0,63% del totale degli avviabili al lavoro.

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Un’altra grande vittoria come questa e siamo rovinati.

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