Economia

Privatizzazioni, ecco il piano da 18 miliardi

L’obiettivo promesso dal governo, numeri alla mano, pare irrealistico. Ma c’è un piano B

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Ieri il governo Lega-M5S ha risposto alla Commissione Europea che chiedeva delucidazioni sulla Manovra del Popolo sostenendo che le spese verranno coperte da un piano straordinario di privatizzazioni che dovrebbe far ricavare ben 18 miliardi, ovvero un punto di PIL. Trattandosi degli stessi protagonisti politici che hanno promesso tagli di spese inutili per 50 miliardi o il rimpatrio di decine di migliaia di migranti in un anno, è evidente che non sia il caso di prenderli troppo sul serio. Anche perché secondo i dati del Def del 2018 e di quelli degli anni precedenti il bottino delle privatizzazioni è stato assai più magro: dal 2010 al 2017, in otto anni, l’incasso totale è stato di 8,7 miliardi di euro. Di questi, nell’ultimo triennio, sono entrati soltanto 2,5 miliardi. Anche perché, faceva notare oggi Sergio Rizzo su Repubblica,  il governo che promette 18 miliardi di privatizzazioni in tre anni è lo stesso che vuole far comprare Alitalia dalle Ferrovie, che progetta per il Monte dei Paschi di Siena un futuro da banca statale e ha in animo di creare non si sa quante altre società pubbliche per la gestione dell’acqua.

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Le privatizzazioni dal 1994 (Il Messaggero, 15 novembre 2018)

Ma, spiega oggi Il Messaggero, c’è un piano per le privatizzazioni illustrato dal numero uno di Intesa San Paolo Carlo Messina sia a Salvini che a Di Maio: da qui si potrebbe partire per arrivare al magic number di 18 miliardi:

Il perno dell’operazione non sarebbero le quote societarie ancora in possesso del Tesoro. E, almeno questa volta, nessun ruolo avrebbe la Cassa Depositi e Prestiti, chiamata in ballo ormai per qualsiasi operazione. L’idea di fondo Messina l’aveva spiegata un paio di mesi fa proprio al Messaggero. «Il valore complessivo degli immobili pubblici», aveva sottolineato Messina, «è stimato in 385 miliardi, circa 215 miliardi sono di proprietà dei Comuni. Si potrebbe dare vita a una serie di “fondi comunali aperti” con l’obiettivo di acquistare e valorizzare una parte di quegli immobili». Le quote di questi fondi potrebbero essere comprate in prima battuta dalle stesse banche e dalle fondazioni bancarie.

Che poi potrebbero collocarle presso i cittadini residenti nel territorio dove quegli stessi immobili sono ubicati. Il loro acquisto, inoltre, potrebbe essere incentivato da esenzioni fiscali modello Pir, i piani individuali di risparmio. «In tal modo»,aveva spiegato ancora Messina, i cittadini «investirebbero in uno strumento poco rischioso e con un discreto reddito, oltre a godere di servizi locali migliori grazie alla riqualificazione degli edifici garantita da una gestione professionale».

Insomma, oro e immobili alla Patria con i PIR, e 30 miliardi l’anno di incassi immaginati secondo questo piano. Riuscirà?

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