Economia

Siamo seduti sul petrolio della Basilicata ma al governo gialloverde non interessa

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Quando venne fuori il “caso” Tempa Rossa il MoVimento 5 Stelle lo cavalcò con tutta la sua forza chiedendo a gran voce le dimissioni dell’allora ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi. Fu allora che la maggioranza degli italiani scoprì che in Basilicata, nel territorio del Comune di Corleto Perticarca (PZ), c’era un giacimento di petrolio e che la compagnia petrolifera Total aveva intenzione di realizzare un impianto di estrazione del greggio.

Il M5S stoppa il giacimento di Tempa Rossa

Dell’esistenza del giacimento si sa dalla fine degli anni Ottanta e da quando il M5S è comparso sulla scena politica quella contro il Tempa Rossa è diventata una delle sue battaglie principali. Non stupisce quindi che qualche giorno fa il CIPE (il Comitato interministeriale per la programmazione economica presieduto dal premier Conte dove il M5S ha la maggioranza) abbia deciso di non prorogare la richiesta di pubblica utilità presentata da Total. Nel documento si legge che il CIPE «non approva la richiesta di proroga della dichiarazione di pubblica utilità presentata da Total E&P Italia S.p.A. relativamente alle opere per lo sviluppo del giacimento di idrocarburi in Basilicata nei comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione».

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La decisione risale a due riunuoni (la prima il 15 la seconda il 20 maggio scorso) ma è stata resa pubblica solo nei giorni scorsi dalla deputata lucana del M5S Mirella Liuzzi che ha parlato di «un altro tassello contro un modello di società basata sull’energia fossile» messo a segno dal governo Conte. La mancata proroga della pubblica utilità significa lo stop definitivo dell’espansione e di nuovi espropri per nuovi pozzi. In parole povere Total se vorrà realizzare le nuove opere dovrà ricorrere a trattative tra privati per gli esprori, di fatto segna la fine del giacimento.

Non è vero che con lo stop del CIPE si fa un passo avanti verso l’abbandono dell’energia fossile

«Tempi duri per gli usurpatori del territorio» scrive la Liuzzi su Facebook congratulandosi per la decisione dell’esecutivo. Che però dimentica come dal 2001 ad oggi il giacimento abbia ottenuto tutte le autorizzazioni del del caso, anche dal punto di vista dell’impatto ambientale. L’opera è stata autorizzata ben prima dell’avvento del governo Renzi. Ma il Tempa Rossa non è solo questo. È anche un cantiere che prevede un investimento da 1,6 miliardi di euro che secondo Total creerà almeno 300 posti di lavoro. Una perdita occupazionale che forse non impensierisce troppo il governo.

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C’è poi la questione del petrolio. La Basilicata è la regione dove si estrae circa l’80% del greggio prodotto in Italia (che però è pari al 7% del fabbisogno nazionale). Numeri a parte c’è chi dice che  è curioso l’atteggiamento dei sovranisti che vogliono e rivendicano la sovranità su qualsiasi cosa e poi rinunciano a quella petrolifera, ma Total non è certo un’azienda italiana. Il punto però è che con o senza Tempa Rossa al di là degli annunci roboanti dell’onorevole Liuzzi il nostro Paese non si avvicina di un millimetro alla fine dell’era dei combustibili fossili. Quella è una pia illusione di chi pensa che bloccare un giacimento petrolifero in Italia possa rendere l’energia italiana più “green” e pulita. Anche perché Virginia Della Sala ieri sul Fatto Quotidiano raccontava che secondo Total l’avvio della produzione non dovrebbe essere influenzato dalla decisione del CIPE, l’attività estrattiva insomma non si fermerà, anche perché è già stato ultimato l’allaccio con l’oleodotto che porterà il greggio alla raffineria di Taranto. L’annuncio dell’onorevole Liuzzi sembra quindi decisamente troppo ottimistico. A qualcuno però viene il dubbio che in realtà il voto sul Tempa Rossa sia stato un contentino per il M5S, che di battaglie ambientaliste “storiche” ne ha perse già parecchie da quando è al governo. Meglio quindi segnare il punto in Basilicata.

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