Economia

Perché la procura ha archiviato l’indagine che coinvolgeva Renzi e De Benedetti

Il primo giugno 2016 la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per Gianluca Bolengo, il broker di Intermonte a cui al telefono Carlo De Benedetti confermava che il decreto sulle banche popolari sarebbe passato perché aveva parlato con Matteo Renzi. La decisione del giudice per le indagini preliminari non è ancora arrivata, mentre Valeria Pacelli sul Fatto di oggi ci spiega il ragionamento fatto dal pubblico ministero che lavora nella procura di Giuseppe Pignatone:

Per informazione privilegiata si intende (articolo 181 del Tuf) “di carattere preciso” e non pubblica. Per il pm titolare del fascicolo Stefano Pesci, le informazioni detenute da De Benedetti non avevano queste caratteristiche: “So no due gli elementi price sensitive che avrebbero dovuto rimanere riservati – è scritto nella richiesta di archiviazione –: l’adozione dello strumento del decreto legge e la data di emanazione”.

De Benedetti quindi non conosceva le tempistiche (nel l’intercettazione parla di un “provvedimento ” “nei prossimi mesi… una o due settimane”), né che si trattasse di un decreto: l’ingegnere – è scritto negli atti – “si limita ad affermare di aver appreso di un ‘intervento’: espressione polivalente, che nulla apporta in più rispetto a quanto ben noto al Bolengo”.

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La tesi del PM è quindi che l’informazione sulla volontà di intervenire nei confronti delle banche popolari era già pubblica, e questo è innegabile visto che un articolo di Repubblica il 3 gennaio la metteva nelle pagine dell’economia. La telefonata del 16 gennaio però vedeva due protagonisti intenti a parlare di un decreto, ma secondo il pubblico ministero la parola indicava genericamente un provvedimento di legge da parte del governo, anche se poi quest’ultimo si è effettivamente mosso attraverso decreto legge. C’è anche da segnalare che nella consulenza tecnica che la procura ha allegato alla richiesta di archiviazione si dice, in sostanza, che qualora l’imprenditore avesse avuto realmente notizie precise, avrebbe di certo investito di più. Le movimentazioni in entrata e in uscita della Romed di De Benedetti,analizzate dai periti ammontavano a circa 600 milioni: 5 investiti su sei Popolari (con un ricavo di 600 mila euro) sarebbero quindi briciole. In più la holding di De Benedetti si era coperta con un costoso derivato dai rischi di investimento (segno di non piena certezza delle informazioni in possesso);

Chi ha dato la telefonata tra Renzi e De Benedetti ai giornali?

C’è però un altro giallo intorno alla vicenda che ancora non è stato risolto: come è finita la telefonata tra Renzi e De Benedetti ai giornali che l’hanno pubblicata ieri? La Repubblica, che ieri ha “bucato” la notizia che riguardava il suo storico editore (una tradizione, per il quotidiano, che va ben la presenza di Renzi nella vicenda) oggi ci fa sapere che Giuseppe Pignatone ha preannunciato alla commissione parlamentare una richiesta formale di informazioni sui nomi dei commissari che in questi giorni hanno avuto accesso agli atti (poi diffusi e finiti sui giornali ieri). Gli atti erano infatti secretati.

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La performance delle banche popolari a Piazza Affari (Corriere della Sera, 20 gennaio 2015)

L’acquisizione di quegli atti da parte della commissione presieduta da Pier Ferdinando Casini era stata sollecitata nelle scorse settimane da Andrea Augello, senatore di centrodestra. Ma di questa inchiesta si era anche parlato sui giornali, quindi è assolutamente comprensibile che alla fine sia uscita fuori – a prescindere dalle eventuali colpe che la procura magari individuerà. La parte importante della questione è che la commissione banche voluta spavaldamente dal Partito Democratico di Renzi e Orfini, con l’obiettivo di addossare colpe a Consob e Bankitalia, ha registrato la scena muta dello stesso Orfini nel giorno dell’audizione di Visco e la presenza sui giornali a ridosso della campagna elettorale. Il tafazzismo dei partiti di sinistra rimane anche quando si cambia segretario.

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