Cultura e scienze

La riscoperta di LSD e MDMA in medicina

In questi giorni sono apparsi alcuni articoli che raccontano di studi scientifici sul potere farmacologico di alcune droghe illegali. Il Time ha parlato del LSD e di altre droghe psichedeliche e del rinnovato interesse ai fini medici di alcuni studiosi nei confronti di queste sostanze. Il Guardian invece parla del MDMA e di una ricerca secondo la quale questa droga potrebbe essere utilizzata per contenere i sintomi della sindrome da stress post-traumatico (PTSD). Un altro pezzo dell’Independent invece parla di uno studio secondo il quale adulti affetti da autismo potrebbero trovare giovamento dall’assunzione di piccole dosi di MDMA.

via wikipedia.org
via wikipedia.org

Non c’è in realtà molto di nuovo in questo ritrovato interesse per la farmacopsichiatria nei confronti delle droghe illegali. Esperimenti e ricerche su un possibile utilizzo di sostanze psicotrope per il trattamento dei sintomi di alcune malattie mentali sono stati svolti in passato. Solo per citare un esempio: nel 1935 Enrico G. Morselli tenne una relazione dal titolo “Contributo allo studio delle turbe da mescalina” nella quale raccontava dal punto di vista medico l’esperienza dell’assunzione di mescalina. Qualche mese fa era comparsa una ricerca che “rivalutava” l’uso dell’LSD per il trattamento dei sintomi dei malati terminali:

Gli studi scientifici sulle sostanze psichedeliche si stanno moltiplicando in tutto il mondo, e i risultati finora sono tutti positivi. Tanto per cominciare, la Norwegian University of Science and Technology ha analizzato centinaia di persone che hanno usato LSD e psilocybin, l’elemento attivo dei funghi allucinogeni, arrivando alla conclusione che non provocano problemi di salute mentali o dipendenza. Poi in Svizzera, Gran Bretagna e Stati Uniti, sono state condotte varie ricerche che dimostrano l’utilità di queste sostanze per aiutare i malati terminali ad accettare la loro condizione, e persino curare gli alcolizzati. Esperimenti seri sono in corso in università affidabili e prestigiose come Johns Hopkins, New York University, UCLA, Imperial College a Londra e Università di Zurigo.

Il problema che vuole mettere in luce la dissertazione pubblicata da James Rucker di cui parla il Time è semmai il fatto che ora quelle sostanze siano classificate in Inghilterra come droghe di tipo 1 e che quindi non è possibile effettuare ricerche e test sulle droghe psichedeliche. Più che uno studio quindi quello di Rucker, che è uno psichiatra, è una sorta di appello a togliere alcune limitazioni che impediscono di poter studiare gli effetti delle droghe sui pazienti. Non si tratta di rendere legale l’LSD ma di rendere più facile la possibilità di studiarne gli effetti, come viene fatto ad esempio per droghe molto più pericolose come l’eroina. Siamo quindi ben lontani dalla creazione di uno psicofarmaco a base di LSD, ma anche se l’obbiettivo fosse quello la cosa non deve stupire più di tanto: alcune droghe funzionano in maniera simile a quella degli psicofarmaci “spegnendo” o “alterando” alcune aree del cervello in modo tale da eliminare o mitigare alcuni sintomi. Uno studio sulle potenzialità di LSD o di altre droghe psichedeliche potrebbe portare ad una maggiore comprensione di come funzionano i meccanismi interni al nostro cervello.

Cristalli di MDMA (via Wikipedia.org)
Cristalli di MDMA (via Wikipedia.org)

Leggermente diversa è invece la questione dei due articoli che parlano dell’uso del MDMA a fini “terapeutici” e che fanno riferimento ad alcuni studi clinici. Bisogna in primo luogo fare attenzione a cosa si intende per trattamento della PTSD o di alcuni sintomi associati all’autismo (per quest’ultimo è bene notare anche che è un argomento di moda in ogni ambito, e la farmacologia non fa eccezione) e cosa invece significhi curare le persone che soffrono di sindrome da stress post-traumatico. In entrambi i casi gli studi citati (invero molto preliminari, con un numero ridotto di partecipanti e non esaustivi) fanno riferimento al fatto che la MDMA è in grado di attenuare alcuni aspetti sintomatici della PTSD. In particolare è emerso che la somministrazione controllata di MDMA a pazienti affetti da PTSD ha mostrato che i pazienti soffrivano meno per stati di ansia. È bene però far notare che lo studio prevedeva oltre alla terapia farmacologica (per il controllo dei sintomi) anche sessioni di psicoterapia individuale. Questo genere di approccio era stato sperimentato anche in passato prima che la MDMA venisse dichiarata illegale. Di nuovo, stiamo parlando di una sostanza che agisce (ovviamente con i suoi effetti collaterali) proprio su quelle aree del cervello che “causano” i sintomi. È un po’ come spegnere – temporaneamente – un interruttore: il sintomo scompare e il paziente sta meglio. Almeno fino a quando perdurano gli effetti del farmaco (o della droga). Senza un adeguato supporto terapeutico in grado di individuare la causa dei sintomi però non si può parlare di una terapia efficace. È un po’ come prendere massicce dosi di antidolorifici per evitare di sentire il dolore (una ferita, una frattura, un’infiammazione dell’appendice, etc..) senza però curare la parte del corpo “causa” di quel dolore. I sintomi continueranno a ripresentarsi ed eventualmente a cronicizzarsi. In fondo quello che hanno scoperto le ricerche (fino ad ora) è alla base del comportamento di alcuni di coloro che fanno uso di droghe. Ad esempio nel caso della MDMA la necessità di “spegnere” temporaneamente un’inibizione, uno stato d’ansia che non consente una “corretta” e amichevole interazione sociale. Siamo ad ogni modo ancora distanti dalla sperimentazione e la commercializzazione di farmaci a base di droghe psichedeliche o di MDMA, ma non dovrebbero esserci preclusioni alla ricerca in questo campo. Per chi pensa che questo possa significare l’ingresso sul mercato farmaceutico di droghe vietate è sufficiente ricordare che ci sono già farmaci con effetti collaterali allucinogeni o psicofarmaci con effetti simili a quelli di alcune droghe.