Economia

Cosa succede tra ILVA e ANAC

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Il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ha annunciato di aver inviato una segnalazione all’Autorità Anticorruzione sulla gara per l’aggiudicazione di ILVA che ha visto vincere il gruppo Arcelor Mittal. La mossa è arrivata mentre il dossier ILVA è in fase di stallo, visto che il ministero non è soddisfatto dell’accordo firmato dal precedente governo (e dal ministro Carlo Calenda) ma dall’altra parte la nuova proprietà non sembra voler concedere molto di più rispetto a quello che aveva stipulato qualche mese fa.

Cosa succede tra ILVA e ANAC

Su quali argomenti fa leva Di Maio per inviare la segnalazione all’ANAC? Le perplessità del ministro sono mutuate da quelle sollevate ai tempi dal governatore della Puglia Michele Emiliano, che ha inviato una lettera al responsabile dello Sviluppo e del dossier ILVA nella quale si indicano ”zone d’ombra che andrebbero chiarite per accertare se effettivamente tale aggiudicazione sia avvenuta in favore della migliore offerta”. La vicenda è complessa e, ovviamente, l’Anac dovrà esaminare i molti risvolti. Il primo riguarda la natura giuridica dell’Ilva, che è una società privata – mentre l’Anac vigila sugli appalti pubblici – ma che di fatto ha ora un gestione commissariale, quindi che può essere considerata in parte pubblica.

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ILVA, la gara contestata (La Stampa 12 luglio 2018)

Ci sono altre questioni giuridiche da chiarire che riguardano principi inderogabili di carattere generale, in tema – ad esempio – di trasparenza delle procedure e di economicità degli affidamenti. In ogni caso l’autorità guidata da Raffaele Cantone punta ora a esprimere il proprio parere con la massima celerità, anche se – come è ovvio – tempi non sono prevedibili.

La lettera di Emiliano su ILVA e Calenda

La lettera di Emiliano, invece, mette proprio un paletto sull’intera gara: parla di una scelta ‘incongrua’ basata solo sull’offerta economica che prevede maggiori tempi (“fino al 2023”) per il piano ambientale contro il 2021 dei concorrenti e soprattutto anche un numero più basso di dipendenti da assumere (8.100 contro 10.500). Mette poi dubbi sulla concentrazioni di mercato sulla produzione di acciaio e sul cambio di formazione dopo l’uscita del Gruppo Marcegaglia. Spiega oggi La Stampa:

In particolare il governatore pugliese, sostiene che dall’esame della documentazione «non emerge quali siano stati i criteri (predeterminati) di aggiudicazione del contratto che avrebbero «vincolato» il ministero dello Sviluppo a preferire Am InvestCo alle altre partecipanti, tra le quali – in particolare- la cordata Acciatialia Spa, che aveva offerto la auspicata decarbonizzazione dell’impianto Ilva di Taranto».

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Ilva, i punti caldi dell’accordo (Corriere della Sera, 10 luglio 2018)

Inoltre sarebbe «incongrua» la preferenza accordata alla Ami srl «perchè sostanzialmente basata solo sull’offerta economica, senza alcuna considerazione degli aspetti qualitativi della medesima». Emiliano ricorda che AcciaItalia, la cordata composta da Del Vecchio, Arvedi, Jindal e Cdp, aveva proposto un piano ambientale da eseguire entro il 2021, con l’utilizzazione di tecnologie a minore impatto ambientale, mentre quello di Ami slittava al 2023.

Inoltre la proposta della prima cordata avrebbe previsto a regime 10.500 lavoratori, a differenza della seconda che ne prevedeva 8.100. E «appaiono ben più esigui» anche gli investimenti proposti da Ami rispetto ad Acciatalia. Che però offriva un canone di affitto ben più alto (180 milioni anziché 28) e soprattutto ben 600 milioni in più per l’acquisto, 1,8 miliardi di euro contro 1,2.

Infine Emiliano segnala che l’intervento dell’Antitrust europeo, che ha chiesto «l’eliminazione del gruppo Marcegaglia dal consorzio di acquisto», ha cambiato il profilo del soggetto aggiudicatario.

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