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Il governo Lega-M5S non vuole i 5 miliardi di ICI della Chiesa

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Ieri un silenzio politico tombale, come quello che si sviluppa intorno a certi condoni, ha accompagnato la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che impone alla Chiesa di pagare l’ICI sugli immobili commerciali e al governo di recuperarla, riformando una decisione della Commissione che abbuonava ai preti il pagamento della tassa negli anni 2008-2012 in virtù del fatto che fosse impossibile riscuoterla (LOL).

Il governo Lega-M5S non vuole i 5 miliardi di ICI della Chiesa

Il silenzio politico tombale veniva rotto soltanto dalle dichiarazioni di alcuni esponenti di Sinistra Italiana, che si rallegravano per la decisione, e di Michele Anzaldi del Partito Democratico che invece si schierava contro la sentenza. Un silenzio di tomba avvolgeva in particolar modo i due partiti al governo, e a guardare bene cosa è successo ieri se ne comprende perfettamente il motivo. Subito dopo la sentenza infatti l’ANCI ha fatto sapere che dal 2008 al 2012, ovvero gli anni contestati, la Chiesa ha evaso nei suoi immobili commerciali la bella cifra di un miliardo l’anno per un totale di cinque miliardi. Ma la sentenza non è immediatamente applicativa e non opera un diritto al recupero delle somme da parte dei Comuni nei confronti dei soggetti che avrebbero illegittimamente beneficiato di queste esenzioni. Per farlo ci vuole una legge. E qui casca l’asino capitombolando dalle scale.

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Le proprietà immobiliari della Chiesa

Perché Guido Castelli, delegato Finanza Locale Anci, ha spiegato che “sarà necessaria una norma di legge che individui il percorso, ove possibile, di recupero delle somme”. Ma a farla dovrebbe essere il governo Conte. E il silenzio tombale con cui è stata accolta la sentenza viene spiegato in un retroscena pubblicato oggi da La Stampa a firma di Federico Capurso: alcuni grillini come il senatore Elio Lannutti avevano accolto con gioia la notizia della sentenza ma poi il vento è cambiato:

«Per questo è un cavallo di Troia», spiega una fonte dell’esecutivo, «perché in Europa sono ben coscienti che non potremo mai chiedere così tanti soldi alla Chiesa cattolica, specie prima delle elezioni europee». Il sospetto che si tratti di un boccone avvelenato lanciato da Bruxelles circola con forza sulla sponda grillina di Palazzo Chigi.

Beppe Grillo e l’ICI della Chiesa

Fino a qualche tempo fa era lo stesso Beppe Grillo a chiedere che la Chiesa pagasse l’IMU, l’ICI e le tasse sugli immobili come i cittadini italiani. Sul blog era una delle battaglie più presenti e dopo la sua elezione a Roma Grillo chiese alla Raggi di intervenire proprio sui soldi della Chiesa per rimettere a posto la città. Tutto dimenticato. Anche perché la Lega è stata chiarissima e ha detto di non avere intenzione di litigare con i preti sul tema. A quel punto, racconta sempre il retroscena, i giochi erano fatti:

Ascoltate le preoccupazioni leghiste, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si sarebbe convinto a muovere gli sherpa della maggioranza per rassicurare Oltretevere sulle buone intenzioni del governo. E ai parlamentari del Movimento sarebbe stata comunicata la retromarcia. Tanto che, improvvisamente, il referente dei Cinque stelle che si doveva occupare di studiare una legge con cui far tornare l’Ici nelle casse dello Stato, all’improvviso, scompare.

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«La questione è in mano a Gianluca Perilli», assicurava in mattinata il capogruppo M5S a Palazzo Madama Stefano Patuanelli. Nel pomeriggio, però, lo staff di Perilli assicura che «il senatore vuole mettere in chiaro che non si sta occupando di nessun provvedimento inerente alla sentenza. Se ne era occupato in passato».

Soltanto a Roma, fino a qualche tempo fa, l’Imu teoricamente dovuta al Fisco per gli immobili commerciali della Chiesa era calcolata in almeno 500 milioni l’anno. Su 1314 alberghi, hotel bed & breakfast e strutture ricettive per turisti che ci sono a Roma, 273, ovvero un quarto, sono di proprietà della Chiesa. Dice il Comune che ben 93, cioè il 38 per cento, non ha mai pagato l’Imu, mentre altri 59, ossia il 24 per cento la versano a intermittenza. Pagano regolarmente l’Imu soltanto 94. Meno di quattro su dieci. Così anche per la Tasi. Un terzo (80 su 246) non l’ha mai pagata. Nel caso della Tari, la tassa sui rifiuti, siamo invece al delirio totale. Perché delle 299 (o 297) strutture censite dal comune, soltanto 208 esistono nella banca dati della Tari, con una proprietà riferibile a 187 soggetti di cui, afferma il rapporto «purtroppo 30 privi di codice fiscale o partita Iva». Le altre 91 risultano del tutto sconosciute al fisco comunale. Ora è tutto cambiato, però. Scurdammoce ‘o passato. Anche se magari cinque miliardi in più per il reddito di cittadinanza avrebbero fatto comodo. O no?

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