Economia

Cosa (non) ha scoperto il Financial Times su Giuseppe Conte

Raffaele Mincione, il fondo Athena Global Opportunities, il parere pro veritate sulla golden share per Retelit e quella storia di quando il governo Conte diede ragione all’avvocato Conte. E una cosa che il Financial Times non ha scritto: chi presiedeva quel giorno il consiglio dei ministri? Matteo Salvini

giuseppe conte

Ieri sera un articolo del Financial Times ha raccontato i legami tra un fondo di investimento sostenuto dal Vaticano al centro di un’indagine sulla corruzione finanziaria e un incarico dato a Giuseppe Conte come avvocato per un parere pro veritate “a favore della Fiber 4.0, un gruppo coinvolto nel controllo della Reselit, una compagnia di tlc italiana. Il principale investitore della Fiber 4.0 era il Fondo Athena Global Opportunities, finanziato interamente dalla segreteria di Stato vaticana”. Conte aveva ricevuto l’incarico nel maggio 2018, poco prima di essere indicato come premier dalla coalizione Lega-M5S. Secondo il FT il fondo è controllato al 40% dal finanziere Raffaele Mincione, il quale invece ha dichiarato che «Il Vaticano era l’unico investitore con 147 milioni di euro».

Cosa (non) ha scoperto il Financial Times su Giuseppe Conte

Il fondo in quel periodo, “era impegnata in una battaglia per il controllo della compagnia di telecomunicazioni italiana Retelit, scrive il FT, ma tuttavia non ne ottenne il controllo perché gli azionisti a Mincione, preferirono due investitori stranieri: la tedesca Shareholder Value Management e la compagnia di telecomunicazioni libica. E qui sta il punto: Conte, nel suo parere legale del 14 maggio, ottenuto dal Ft, scrisse che il “voto” degli azionisti “poteva essere annullato se Retelit fosse stata collocata sotto le regole del golden power, che permettono al governo italiano di stoppare il controllo straniero di compagnie considerati strategiche a a livello nazionale”, come ha spiegato il quotidiano britannico.

financial times giuseppe conte

C’è però un problema: tutta questa storia non è per niente inedita. L’articolo del Financial Times su Conte mischia una serie di storie edite e già raccontate dalla stampa italiana, ovvero da l’Espresso in un articolo a firma di Emiliano Fittipaldi (che lo ha anche scritto su Twitter), il Fatto Quotidiano e Repubblica. La cosa più importante della vicenda è che alla fine, come ha raccontato Repubblica, il governo Conte ha dato ragione all’avvocato Conte e il consiglio dei ministri, quel giorno presieduto da Matteo Salvini, ha infatti deciso di esercitare la “golden power” – i nuovi poteri speciali sulle aziende strategiche – sulla società di telecomunicazioni.

articolo financial times giuseppe conte

L’esecutivo ha esercitato i poteri speciali “con riferimento alla modifica della governance di Retelit derivante dall’assemblea dei soci del 27 aprile 2018 –recita una nota – mediante l’imposizione di prescrizioni econdizioni volte a salvaguardare le attività strategiche della società nel settore delle comunicazioni”. Ed è molto curioso che nell’articolo del FT firmato da Miles Johnson non ci fosse un riferimento a come si è conclusa la vicenda e ad opera di chi. Di certo nei giorni scorsi si era parlato di nuovi documenti pronti a uscire in un libro che avrebbe raccontato i legami tra Guido Alpa e Conte.

La storia del conflitto d’interessi di Conte

I protagonisti della vicenda sono quattro: il fondo FIBER 4.0 è un fondo, di proprietà al 40% del finanziere Raffale Mincione. Nell’aprile del 2018 il fondo viene sconfitto in una votazione per il controllo di Retelit. Fiber 4.0 possedeva già il 9% di Retelit e pianificava di collocare Mincione a capo del cda. Secondo il Ft, per cercare di rovesciare il risultato, Fiber avrebbe ingaggiato Conte come consulente per un parere legale, o meglio avrebbe cercato di invalidare il voto degli azionisti con un escamotage tecnico-legale che richiedeva l’approvazione del governo e, a tal fine, avrebbe assunto proprio Conte, cioè un avvocato che avrebbe rilasciato un parere legale pochi giorni prima di diventare primo ministro. La cordata che si era opposta con successo a Fiber 4.0 è formata dal gruppo statale libico delle tlc e della Shareholder Value, un fondo tedesco.

La società di tlc Retelit, come si legge sul suo sito, è uno dei principali operatori italiani di servizi digitali e infrastrutture. Opera nel mercato delle telecomunicazioni. Dal 2000 è quotata alla Borsa di Milano, dal 26 settembre 2016 è nel segmento STAR. L’infrastruttura in fibra ottica di proprietà della società si sviluppa per oltre 12.500 chilometri (equivalenti a circa 321.000 km di cavi in fibra ottica) e collega 10 reti metropolitane e 15 Data Center in tutta Italia. Con 4.000 siti on-net e 41 Data Center raggiunti, la rete di Retelit si estende anche oltre i confini nazionali con un ring paneuropeo con PoP nelle principali città europee, incluse Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Marsiglia, raggiungendo anche New York e il New Jersey, negli USA. Retelit è membro dell’AAE-1 (Africa-Asia-Europe-1), un consorzio che gestisce il sistema di cavo sottomarino che collega l’Europa all’Asia attraverso il Medio Oriente. Offre servizi che vanno dalla connessione Internet in fibra ottica al Multicloud, dai servizi di Cyber Security e Application Performance Monitoring ai servizi di rete basati su tecnologia SD-WAN.

retelit

Athena Global Opportunities un fondo di investimenti, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Lui stesso, in un’intervista al Corriere della Sera, ha rivelato che l’unico investitore del fondo Athena era la Segreteria di Stato vaticana, con 200 milioni di dollari, pari a circa 147 milioni dell’epoca, nell’ottobre 2013. Di quei milioni, circa 80 vennero utilizzati per rilevare il 45% di un palazzo di lusso a Londra (a vendere le quote fu lo stesso Mincione), mentre il resto dei soldi venne utilizzato per investimenti mobiliari, fondamentalmente in tre titoli di società quotate a Piazza Affari: Banca Carige, Tas (societa’ che si occupa di pagamenti digitali), e Retelit. È stato lo stesso Mincione a rivelare al Corriere di aver scalato queste tre società soprattutto Tas e Retelit coi soldi del Vaticano. Di fatto la segreteria di Stato sarebbe stata l’effettivo proprietario delle azioni fino al novembre del 2018, quando la transazione tra Mincione e il Vaticano non portò a una divisione delle attività: al Vaticano andò l’intero palazzo; a Mincione gli investimenti mobiliari più un conguaglio di 44 milioni di euro in contanti. È in quel periodo che Mincione scala Retelit, candidandosi anche come presidente della società e che spunta il nome di Conte.

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Raffaele Mincione, 53 anni, è un finanziere italiano, originario di Pomezia, noto per aver tentato la scalata alla Popolare di Milano e alla Banca Carige. La sua base è Londra, ma si muove a suo agio tra fondi lussemburghesi, speculazioni in Russia, affari immobiliari e operazioni tra Malta, il New Jersey e i Caraibi. Tra i suoi consulenti, secondo una ricostruzione de L’Espresso, c’è l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini e Alain Economides, ex capo di gabinetto del ministro degli Esteri Franco Frattini e poi ambasciatore nella capitale britannica. Da Londra, MINCIONE si specializza nella scalata delle banche italiane. Nel 2012 compra l’1% circa del Monte dei Paschi quando già la banca senese si trova sull’orlo del baratro. Nel giro di un anno esce di scena vendendo, in perdita, il suo pacchetto di azioni. Gli va meglio con la Popolare di Milano (Bpm), dove nel 2011 rastrella in Borsa l’8,7% del capitale. Da allora, nella banca lombarda succede di tutto: cambi della guardia al vertice, indagini della magistratura, battaglie tra cordate contrapposte di azionisti. A fine 2016, la Bpm si fonde col Banco Popolare di Verona. Dall’operazione nasce la terza banca italiana e Mincione mantiene una quota che nel frattempo si è diluita fin sotto il 2%. Da Milano nel 2017 il finanziere fa rotta su Genova ed entra nel cda di Carige, al fianco dei rappresentanti dei due maggiori azionisti: l’imprenditore Vittorio Malacalza, forte del 20,6% e il petroliere Gabriele Volpi, con il 9% circa. Lui nel febbraio 2018 annuncia di possedere il 5,4% della banca ligure, che nonostante le difficolta’ resta comunque tra i primi dieci istituti di credito in Italia. Alla fine del 2017 Carige deve ricapitalizzarsi e dentro la banca Malacalza e Volpi incrociano le spade, con MINCIONE, che e’ sempre ben presente in tutte le operazioni di ricapitalizzazione e agisce come terzo incomodo tra i due litiganti. Nel settembre 2019 Mincione ha circa il 7%. La famiglia Malacalza si sfila e non fa pesare il suo 27,55% che avrebbe potuto di bloccare la delibera dell’assemblea che dà l’ok all’aumento di capitale, sponsorizzato dal governo.

In tutta questa storia ciò che rimane è l’indagine sull’investimento nel palazzo al 60 di Sloane Avenue, realizzato con il fondo Athena Global Opportunities, nel quale la Segreteria di Stato ha versato buona parte dell’Obolo di San Pietro: questo è l’affare finito nella bufera per presunti sprechi o giri di denaro non chiari, al centro di un’inchiesta della magistratura del Papa. E vista la proverbiale trasparenza con cui la Santa Sede affronta i suoi scandali e scandalucci bancari e simili dai bei tempi del Banco Ambrosiano, state sicuri che a breve verrà fatta Santa ChiarezzAHAHAHAAHAHAHAHAAHAH.

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