Cultura e scienze

Due balle sulla Brexit: il voto dei giovani e le ricerche su Google dopo il voto

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L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è senza dubbio un argomento appassionante e la vicenda è ricca di colpi di scena, dichiarazioni d’indipendenza, sfide verbali all’ultimo sangue e pugnalate alle spalle che nemmeno un’intera stagione di Game of Thrones. Il tutto ovviamente è condito con una sana e robusta dose di inganni utilizzati dai vari protagonisti per manovrare l’elettorato e raggiungere lo scopo prefissato. Incredibilmente poi la Brexit è riuscita a rendere eccitante il concetto stesso di Unione Europea: nemmeno durante la crisi del debito greco si era parlato così tanto di Europa.

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L’exit poll ovviamente non tiene conto di chi non è andato a votare

Mancano dati certi sull’astensione giovanile

Il voto referendario britannico ha assunto contorni leggendari, sul Guardian ieri sono arrivati al punto di chiedersi – seriamente – se il referendum fosse illegale “perché non faceva gli interessi della Nazione” ma solo quelli di alcuni partiti politici. Altri invece, immediatamente dopo l’uscita dei risultati ufficiali si sono affannati a raccontarci la storia dei giovani convinti europeisti britannici, ai quali è stato “rubato il futuro” di cittadini europei contro gli anziani sostenitori del Leave, pensionati impauriti dall’immigrazione che temono di perdere la pensione e quant’altro. Una storia avvincente, senza dubbio: i giovani che lottano per restare in Europa contro gli anziani spaventati che non capiscono i vantaggi di fare parte della UE. Avvisaglie che il referendum sull’uscita dall’Unione sarebbe stato anche un voto che avrebbe diviso le generazioni ce n’erano state in abbondanza ma non c’è modo di dire con assoluta certezza che il voto sulla Brexit può essere ripartito in questo modo. Ci sarebbe poi da tenere in considerazione coloro che non sono andati a votare, quanti sono per ogni fascia d’età? Anche qui il discorso è meno semplice di quello che sembra leggendo articoli come questo dell’Huffington Post che fanno riferimento ad un tweet di Enrico Letta che ci “spiega” che tra gli aventi diritto nella fascia d’età 18-24 è stata registrata l’astensione più alta. La tesi è quindi che i giovani che sono andati a votare probabilmente hanno votato per il Remain ma che la stragrande maggioranza dei giovani non è andata a votare. Il problema, come spiega Debunking.it è che i dati demografici relativi all’astensione non fanno riferimento al referendum ma a precedenti tornate elettorali. L’assunto di base è che coloro che si astengono quasi sempre probabilmente non sono andati a votare nemmeno al referendum del 23 aprile. Ma a dirla tutta è davvero difficile stabilire con certezza cosa hanno votato i giovani (o i meno giovani). Ad aprile il Guardian aveva chiesto agli elettori: “se il referendum si tenesse domani quante probabilità ci sono che tu vada a votare?” il risultato evidenzia come forse la versione di Letta sia la più probabile perché sembra mostrare che la fascia d’età 18-34 (quindi sensibilmente diversa da quella 18-24) fosse la meno convinta riguardo il fatto di andare a votare.

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fonte: Guardian.com

Si tratta di un sondaggio effettuato quasi due mesi e mezzo prima del voto, però la tendenza dei giovani a disertare le urne – vuoi per disinteresse nei confronti della politica vuoi per altri motivi che non sappiamo – è evidenziato anche da questo pezzo di Abby Tomlinson per la CNN. Di fatto però non ci sono prove sufficienti che i giovani avrebbero avuto la possibilità di salvare l’Unione, così come non ce ne sono riguardo al fatto che hanno disertato in massa le urne.
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Gli inglesi che si chiedono cosa sia la Brexit il giorno dopo il referendum

Altra storia interessante che è molto piaciuta sui social: quella di Google Trends che “rivela” un picco delle ricerche su Google per informazioni riguardo l’Unione Europea e il significato della Brexit il giorno dopo le votazioni. Per molti questa è stata “la prova” che la democrazia non funziona, che gli elettori votano senza sapere davvero cosa stanno per decidere e che non si informano abbastanza. Corollario: abolire la democrazia. Il punto è che i grafici di Google Trends che tanto hanno eccitato la fantasia di coloro che non sono in grado di accettare l’esito della volontà popolare non dicono esattamente tutta la verità. Come spiega Danny Page su Medium è necessario guardare al contesto e vedere che “quell’enorme picco di ricerche” sulla Brexit il giorno dopo il referendum del 23 giugno è solo una goccia nel mare delle ricerche effettuate su Google in Regno Unito quel giorno. Confrontatele con le query per Game of Thrones (si avvicinava l’ultimo episodio della sesta stagione) o i Campionati Europei, mediamente le ricerche sull’UE o la Brexit sono davvero poche. Ma c’è di più, Remy Smith spiega la portata reale di quel dato. Partendo dal presupposto che secondo i giornali le ricerche su “cosa sia la UE” sono triplicate nel giorno dopo il referendum in realtà stiamo parlando delle ricerche effettuate da appena mille persone. Nel mese precedente al voto infatti poco più di ottomila britannici avevano googlato la chiave di ricerca, il che fa all’incirca 260 persone al giorno. Un po’ poco tenendo conto che stiamo parlando di una popolazione di sessanta milioni di abitanti e di 17 milioni di votanti che si sono espressi a favore del Leave.