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Come si sposta la pandemia del Coronavirus

La prossima settimana i casi arriveranno a quota 10 milioni. E se alcuni paesi hanno la curva in discesa, nelle Americhe si deve ancora raggiungere il picco. E poi ci sono le conseguenze economiche

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“Nel primo mese di questa epidemia meno di 10.000 casi sono stati segnalati all’OMS. Nell’ultimo mese, sono stati segnalati quasi 4 milioni di casi. Prevediamo di raggiungere un totale di 10 milioni di casi entro la prossima settimana”: il pronostico è del direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus e parte dal presupposto che finora i contagiati sono 9,3 milioni e i morti 478.289. “Questo è un promemoria per far riflettere che, anche se continuiamo la ricerca e lo sviluppo di vaccini e terapie, abbiamo l’urgente responsabilità di fare tutto il possibile con gli strumenti che abbiamo ora a disposizione per sopprimere la trasmissione e salvare vite umane”.

Come si sposta la pandemia del Coronavirus

E la situazione preoccupa soprattutto in Sudamerica, dove secondo il capo delle emergenze dell’OMS Mike Ryan non è stato ancora raggiunto il picco “Molti Paesi nelle Americhe e in America Latina in particolare non hanno raggiunto il picco né un basso livello di trasmissione. La situazione è ancora in evoluzione e nelle prossime settimane ci saranno nuovi casi e altre vittime”. Il Corriere della Sera oggi spiega che al momento, e al primo posto, ci sono gli Stati Uniti come numero di contagi e di morti (certo, bisogna rapportarlo al totale della popolazione: si parla di oltre 800 deceduti nelle ultime 24 ore), e la curva dei contagi sta risalendo in diversi Stati come il Texas, l’Arizona e la Florida.

A competere con il triste primato degli Usa c’è il Brasile (con oltre un milione di infetti e oltre 50 mila morti). Ma accanto al Brasile si schierano la Russia, l’India, la Gran Bretagna, il Cile, la Spagna e l’Italia. Alcuni Paesi, come il nostro, hanno ormai superato l’emergenza, anche se devono gestire nuovi focolai. E in Germania, in alcuni macelli che, a dire il vero, sono veri e propri inferni. Aree che, al momento, sono state circoscritte come «zone rosse». Insomma ci sono i dati , ma non è detto che questi numeri siano sempre attendibili (come vengono raccolti? Il problema si pone in Italia, figurarsi in altri Paesi come il Brasile o l’ India). Ma certamente danno indicazioni. E, addirittura, possono sottostimare la situazione reale.

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Coronavirus: i numeri della pandemia nel mondo (Corriere della Sera, 25 giugno 2020)

Una vera emergenza, anche culturale, si sta verificando in Brasile, dove certe popolazioni amazzoniche rischiano l’estinzione. Qualcuno parla di «etnocidio»: secondo alcune Organizzazioni non governative (Repam, la rete ecclesiale pan amazzonica) , sono stati colpiti almeno 526 nativi, di 33 differenti popoli e ne sono morti 113. I più vulnerabili sono gli anziani, custodi della cultura e della memoria ancestrale. E poi c’è il Cile: un impatto devastante dell’epidemia che ha costretto a scavare milioni di tombe per seppellire i morti. E oggi questo Paese è per il 50 per cento in lockdown. Ma anche l’Ecuador è il Perù non sono stati risparmiati: sono tra i Paesi più colpiti nell’America Latina.

L’aumento dei contagi e il calo dei morti

Infine c’è l’Africa, dove – anche se Libero sostiene il contrario – finora soltanto il Sudafrica si trova in una situazione preoccupante anche se ci sono molte aree in cui i dati non sono registrati. Alessandro Vespignani, 55 anni, fisico informatico, direttore del Laboratory for the modeling of biological and Socio-technical Systems, alla Northeastern University di Boston, spiega al quotidiano che il coronavirus si è diffuso seguendo i flussi di viaggio più battuti e che anche in Africa la curva sta salendo:

«Si è spostato prima in Europa, poi negli Stati Uniti e ora tocca questi altri Paesi. Sono in arrivo nuove difficoltà sia dal punto di vista epidemiologico che socioeconomico. Qui stiamo parlando di nazioni dove è oggettivamente difficile applicare misure come il distanziamento sociale. Per non parlare delle risorse sanitarie. Pensiamo all’India rurale, giusto per fare un esempio. In questi mesi nelle nostre città noi abbiamo ragionato sulle unità di terapia intensiva. In parte dell’India il problema è più radicale: ci sono ospedali, ci sono sale di pronto soccorso?».

Negli Usa la situazione è confusa. Lo sciame del contagio si è spostato dalla Costa Est verso altri Stati, come Texas, Florida, Arizona…
«Gli Stati Uniti, lo sappiamo, non sono un monolite. Ci sono stati approcci diversi nei vari territori. Il risultato è che ora ci sono barriere interne: lo Stato di New York ha annunciato che metterà in quarantena i cittadini in arrivo dalle aree più contagiate. Anche questo è l’esito di uno sfasamento nell’affrontare l’emergenza».

Ci sono due cifre che sembrano in contraddizione. Negli ultimi 15 giorni i positivi sono stati 35 mila, il 40% in più; mentre i morti sono 833, -30%. Come si spiega?
«Sono numeri che vanno interpretati con cautela. Certamente l’aumento dei test su una parte del territorio americano ha fatto emergere un maggior numero di contagiati. Seconda considerazione: il virus sta colpendo una fascia di età più giovane. Gli anziani, ormai, hanno capito che devono proteggersi. I giovani, invece, pensano di poter tornare alla piena normalità. Però attenzione: i numeri sui decessi sono in genere in ritardo di un paio di settimane rispetto a quello dei contagi».

Quello che fa più paura però sono le conseguenze economiche del Coronavirus. La previsione Fmi indica una decrescita media mondiale 2020 del meno 4,9% il che segnala un netto peggioramento del pessimismo dello stesso Fondo; ad aprile prevedeva meno 3% per il Pil globale. Si segnala una grande eccezione, la Cina, la cui economia riuscirebbe comunque a realizzare un segno positivo, sia pure un modesto +1% a fine anno. Che per gli standard cinesi, e alla luce dei bisogni della sua popolazione, è l’equivalente di una recessione in Occidente. Però nella gerarchia mondiale significa che la Cina si rafforza rispetto a tutti gli altri. Per l’economia americana il Fmi prevede un caduta del Pil dell’8% quest’anno (con un forte peggioramento rispetto allo scenario di aprile quando prevedeva meno 5,9%). Sarebbe la recessione più grave dopo la smobilitazione bellica al termine della seconda guerra mondiale.

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