Economia

Clausole di Salvaguardia IVA, tutto iniziò nel 2011

In quell’anno terribile, il 2011, il valore cumulato delle tre manovre varate da giugno a novembre raggiunge la cifra record di 48,9 miliardi nel 2012, pari al 3,1% del Pil, che salgono a 81,3 miliardi nel 2014 (il 4,9% del Pil). Al governo c’era Berlusconi con la Lega e la Meloni

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Passate quelle del 2020, ci sono 47,1 miliardi di clausole Iva (44,2 miliardi) e accise sui carburanti (2,9 miliardi) pronte a scattare nel biennio 2021-2022. Nel passaggio parlamentare della legge di Bilancio, le clausole per il 2021 sono infatti lievitate di circa 2 miliardi, per effetto delle modifiche e delle nuove coperture individuate in corso d’opera. E anche nel 2022 il conto si annuncia salato. Anche le prossime due manovre di bilancio partiranno in sostanza con un handicap tale da ridurre al lumicino gli spazi a disposizione per rilanciare la crescita e l’occupazione. Arduo ipotizzare fin d’ora che si possa ricorrere nuovamente alla “flessibilità” europea, in poche parole ad aumenti del deficit. Al contrario, per non incorrere negli strali di Bruxelles con la prossima manovra occorrerà garantire un percorso credibile di riduzione del deficit strutturale e del debito. Spiega Dino Pesole sul Sole 24 Ore che In sede tecnica si comincia allora a considerare un mix di interventi, che non esclude in via di principio (ma qui la variabile politica sarà ancora una volta decisiva) che in parte si possa far aumentare l’Iva, anche attraverso una rimodulazione dei beni sottoposti alle attuali tre aliquote. Ipotesi che il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri aveva posto sul piatto delle possibili opzioni nella fase di prima definizione della manovra, salvo poi riporla rapidamente nel cassetto per l’opposizione di buona parte della maggioranza che sostiene il Governo, Italia Viva e M5S in testa.

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La storia delle clausole di salvaguardia dell’IVA (Il Sole 24 Ore, 24 dicembre 2019)

Il quotidiano di Confindustria riepiloga anche la nascita delle clausole di salvaguardia, che risale al 2011 e al governo Berlusconi allora in carica:

Occorre risalire al 2011 per rintracciare la genesi di questo autentico macigno che pesa sui conti pubblici, quando nel pieno della crisi finanziaria che rischiò di travolgere la nostra economia il governo Berlusconi alla vigilia di Ferragosto varò una seconda manovra correttiva (la prima era stata varata il 30 giugno), con l’obiettivo di produrre un miglioramento dei saldi di 18,4 miliardi nel 2012, 25,5 miliardi nel 2013 e 7,4 miliardi nel 2014. L’apporto delle maggiori entrate è determinante: 7,9 miliardi nel 2012, 17,7 miliardi nel 2013 e 6,1 miliardi nel 2014, a fronte di risparmi di spesa per 10,4 miliardi nel 2012, 7,7 miliardi nel 2013 e 1,3 nel 2014.

Nel corso dell’esame parlamentare, l’impianto della manovra ne esce ulteriormente rafforzato: il contributo delle maggiori entrate sale a 36 miliardi (14 miliardi nel 2012 e 22 miliardi nel 2013), con l’Iva che passa dal 20 al 21%. Ed ecco la prima clausola di salvaguardia, iscritta nei saldi per rassicurare i mercati e i partner europei: in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi, sarebbe scattato in automatico il taglio delle agevolazioni fiscali o l’aumento di Iva e accise. Il tutto per un totale di 20 miliardi. La situazione sui mercati degenera, lo spread vola a 575 punti base e Giorgio Napolitano chiama a spegnere l’incendio il governo tecnico presieduto da Mario Monti. Il conto servito agli italiani si può riassumere in questo totale della manovra netta (diretta alla sola riduzione del deficit): 21,1 miliardi nel 2012, 21,3 miliardi nel 2013 e 21,4 miliardi nel 2014.

In quell’anno terribile, il 2011, il valore cumulato delle tre manovre varate da giugno a novembre raggiunge la cifra record di 48,9 miliardi nel 2012, pari al 3,1% del Pil, che salgono a 81,3 miliardi nel 2014 (il 4,9% del Pil).

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