Economia

La storia della Cina che compra debito italiano

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Dietro la Via della Seta che avvicina l’Italia alla Cina c’è il debito italiano. Claudio Tito su Repubblica scrive che l’argomento dell’acquisto di pacchetti del nostro debito pubblico sul mercato o, meglio ancora, allo scopo di stabilizzarlo non fa parte del Belt & Road Initiative ma è un progetto di cui si è discusso all’epoca della piccola crisi dello spread che ha rischiato di mandare gambe all’aria qualche banca italiana:

Ma l’allarme americano è scattato quando in quei dialoghi è stato sollevato un altro argomento: il debito sovrano, appunto. Erano i giorni in cui l’Italia e il nostro governo stava affrontando i picchi più alti di spread, il differenziale tra Btp e Bund tedeschi. I tassi di interesse sui nostri titoli di Stato viaggiavano su percentuali che erano state abbandonate da almeno cinque anni.

E in quella fase i rappresentanti del nostro esecutivo hanno chiesto a quello di Pechino se erano interessati anche ad acquistare almeno una parte del nostro debito sovrano. Un modo – era la riflessione fatta in quei giorni – per abbassare la tensione finanziaria nella speranza di rendere più agibile la Legge di Stabilità in via di elaborazione. Proprio quell’interrogativo ha provocato la reazione di Washington. Acquisire il controllo di una quantità consistente di debito pubblico italiano equivale infatti a porre sotto il controllo cinese il destino economico dell’Italia. A consegnare le chiavi di uno dei Paesi con il più alto debito pubblico del mondo a Xi Jinping. E di conseguenza affidare all’Impero Celeste una sorta di golden share sull’Unione europea.

Questo argomento potrebbe però tornare d’interesse nel momento in cui i legami tra Cina e Italia potrebbero stringersi di nuovo:

Al di là del disinteresse per la Ue, Donald Trump non può nemmeno accettare che il Vecchio Continente possa diventare una sorta di protettorato finanziario della Cina Allargherebbe oltre misura la sua sfera di influenza e la capacità di determinare le sorti mondiali Non è un caso che anche Bruxelles in questi giorni abbia protestato contro le scelte di Roma.

Controllare il bilancio del terzo paese dell’Unione è come avere un fiches senza limiti da giocare ogni volta che serve e ogni volta che necessita disarticolazione di quell’area. Anche per i cinesi, del resto, è più facile negoziare con i singoli membri europei piuttosto che con l’Ue, soprattutto se al suo interno c’è un socio forte come la Germania. Il Memorandum, quindi, è stato interpretato come la conferma che il dialogo italo-cinese potesse investire anche quel campo.

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