Cultura e scienze

«Gli psichiatri sono i più narcisisti tra i medici»

chiara lalli non avrai altro dio 1

“Presentarsi con un libro, ai colleghi e al pubblico sempre più ampio di cultori di psicoanalisi, richiede indubbiamente coraggio.”
Gli psichiatri sono i più narcisisti tra i medici. E i medici già non se la cavano male.
Il paternalismo, d’altra parte, è una forma di mitomania.
Convincersi che quello che tu pensi sia il bene di un altro sia davvero il suo bene.
Che valga perciò la pena di vietare e imporre, di fare leggi adagiate sul tuo gusto personale. Che è migliore di quello di tutti gli altri. Essere persuasi che gli altri debbano essere salvati e che sei proprio tu il salvatore.
Immaginare tutti così idioti da non potersi salvare da sé. E magari è vero, ma può essere che tu sia il più stupido di tutti.
Usare Dio per giustificare la tua ossessione. La fragilità altrui. Il tuo altruismo non è che un modo per nutrire la tua coscienza desiderosa di giustificazioni e di soprusi.
L’altruismo è la scusa perfetta anche per rinfacciare un favore mai chiesto.
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“Tratta il prossimo tuo come vorresti essere trattato tu”, l’ho già detto, è all’origine delle più atroci incomprensioni e della più distorta visione della morale.
E se l’altro non volesse quello che vuoi tu?
E se l’altro non volesse essere trattato come tu desideri?
Hai mai pensato di domandarglielo invece di presumere i suoi desideri?
No. Troppo difficile. Troppo intimo.
E poi ci toglie il giocattolo perfetto.
Ci sono moltissime tragedie nate dall’ostinazione di credere di fare il meglio per qualcun altro.
Padri, figli, amanti, madri.
Conquiste, matrimoni, contratti – tutto deciso per il bene di qualcun altro.
Quello medico è il paternalismo più tipico, radicato nell’asimmetria delle conoscenze tra il dottore e il paziente.
Giustificato dalla particolare condizione di debolezza di quest’ultimo. E dalla comodità di decidere per qualcun altro senza perdere tempo a spiegargli.
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Gli psichiatri, dicevo. Considerando che gli umani hanno una predisposizione istintiva al piacersi moltissimo, gli psichiatri possono forse aspirare a essere i più narcisisti nel dominio sanitario. Ma è inevitabile, in fondo, se hai la presunzione di curare l’animo umano e di stare in equilibrio tra ebefrenici e psicopatici.
Gli psichiatri vengono subito dopo i pranoterapeuti. Falliti loro – dopo aver ammesso di non poter “liberare un uomo abitato da una che canta tutte le sere a Las Vegas” (Yasmina Reza, Felici i felici) – si passa agli psichiatri.
Gli psicoanalisti aggiungono al narcisismo l’ambizione poetica e l’aver fatto il liceo classico.
Il coraggio di “presentarsi con un libro” è quello di Massimo Fagioli nella prima edizione di Istinto di morte e conoscenza. Pubblicato nel 1972, dopo aver circolato per qualche mese in veste di dattiloscritto, come il capolavoro di Federico Moccia, è il Primo e Unico Grande Trattato di Psichiatria. Prima e dopo non c’è niente, con l’eccezione delle seconde e terze ed ennesime riedizioni. (“La vitalità è la reazione biologica, alla 24a settimana di gravidanza, di un sé libidico del feto che, avendo rapporto con l’oggetto (liquido amniotico), ne realizza l’esistenza per le sensazioni che dà la sensibilità biologica. La fantasia è la realizzazione dell’istinto di morte che, in quanto fantasia di non esistenza della realtà esterna al neonato, rende esistente nella traccia mnesica (capacità di immaginare) il sé endouterino, cioè il sé in contatto fisico con un oggetto.” Seguiranno La marionetta e il burattino (1974), Teoria della nascita e castrazione umana (1975) e Bambino, donna e trasformazione dell’uomo (1980), tutti pubblicati da Armando Armando, poi da Nuove Edizioni Romane e infine da L’Asino d’oro.)
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Ma Istinto di morte e conoscenza! Vuoi mettere? (Fagioli non sarebbe stato più cauto di Oriana Fallaci. “‘Ma Insciallah!’, e spalancava le braccia alzando le mani come se immense folle di romanzieri di valore mondiale dovessero arrendersi alla forza epica del suo libro, e di lei come autrice, per necessità, per fatalità, per Insciallah. Henry Miller, un grande visionario, Norman Mailer, John Updike, Truman Capote, Philip Roth, Raymond Carver, straordinari reportage sull’uomo americano…”; Edmondo Berselli, Venerati maestri).
Autoattribuirsi coraggio è come dire a voce alta “Sono il più bello di tutti”. Pensarlo e dirlo appartengono a due diversi livelli di gravità.
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Il coraggio dello psichiatra che scrive. La convinzione di “avere qualcosa da dire” è giustificata da due motivi.
Primo: una fantasia inconscia, mai esplicitata finora, anche se tutti i concetti psicoanalitici vi fanno riferimento. È la fantasia di sparizione, e l’ha chiamata cos. Proprio lui, Fagioli.
Secondo: “Il desiderio e la necessità di avere una piattaforma di base, cioè un discorso organico, consequenziale e il più possibile coerente, sul quale poter poi discutere ed elaborare singoli problemi, cosa che può essere fatta soltanto con un lavoro di esposizione al livello di un libro; d’altro lato c’è il desiderio di manifestare un orientamento di studio e di terapia diretti verso una visione globale della psiche umana”.
Se non è chiaro, poi diventa ancora più confuso. Era l’inizio degli anni Settanta. I Beatles si erano sciolti, Janis Joplin e Jimi Hendrix erano morti e Ignacio Matte Blanco giocava con gli insiemi infiniti (L’inconscio come insiemi infiniti: saggio sulla bi-logica si intitola un suo libro del 1975).
Nella premessa alla seconda edizione di Istinto di morte e conoscenza bisogna esprimere l’importanza della scoperta.
“Pulsione di annullamento contro l’identificazione proiettata. La castrazione umana, il rapporto interumano sadomasochistico, trova la sua ‘soluzione’ nell’anaffettività schizofrenica.”
Il libro presentato al mondo con coraggio ha suscitato reazioni scomposte. “L’iniziale sorriso benevolo dei ‘sapienti’ di fronte al lavoro scompare ben presto per dar luogo alla smorfia dell’odio e all’annullamento e alla negazione più eclatanti.” È l’invidia per la scoperta, la reazione al genio, l’annullamento della realtà umana psichica.
Le risposte del narcisista non includeranno mai: “Forse ho scritto una scemenza”. Siete voi che non capite.
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Se non fosse abbastanza oscuro, il suo pensiero s’illumina con la spiegazione del rapporto tra uomini e donne.
“La verità umana sta nel rapporto tra uguali e diversi = uomo-donna. Non è la procreazione. La sessualità è funzione dell’identità: uomo o donna, non solo fisica ma mentale perché è rapporto con il diverso e, in verità, sconosciuto nella sua realtà del pensiero senza coscienza.”
È la tipica visione binaria del mondo diviso tra maschi e femmine, diversi e per questo predisposti all’accoppiamento secondo natura. Sembra la predica di un prete una domenica mattina.