Economia

Appalti, le 15mila gare cancellate dal Governo del Cambiamento

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Vi ricordate quando Virginia Raggi spiegava in giro che l’amministrazione di Roma aveva cambiato marcia perché faceva le gare mentre “gli altri” facevano affidamenti diretti a ditte amiche per chissà quali motivi? Bene, la sindaca della Capitale e tutti quelli che credono alle balle di propaganda saranno felici di sapere che la legge di bilancio (articolo 1, comma 912) interviene «in deroga al codice degli appalti» sul punto più delicato per il settore: le modalità di scelta dell’appaltatore. Questo dopo che già il decreto semplificazioni era intervenuto su un aspetto specifico riguardante la qualificazione dei partecipanti alle gare. Spiega il Sole 24 Ore:

Il comma 912 liberalizza di fatto i criteri di affidamento della fascia compresa fra 40mila e 150mila euro per tutti i contratti di lavori, servizi e forniture, consentendo alle stazioni appaltanti di assegnare le commesse con “affidamento diretto” (quindi senza gara formale e senza obblighi di pubblicità) e imponendo solo la consultazione di tre operatori economici scelti con discrezionalità assoluta. La norma interviene inoltre con una seconda semplificazione (di minore portata) anche sulla fascia di importo fra 150mila e 350mila euro, prevedendo in questo caso l’obbligo di una procedura negoziata (quindi senza gara formale ma con forme minime di pubblicità) e una consultazione di almeno dieci operatori economici (e non 15, qui è la semplificazione).

L’intervento sulla fascia fino a 150mila euro è un vulnus in termini di concorrenza. E soprattutto di trasparenza perché questa fascia di mercato sarà di fatto inghiottita in un buco nero senza più alcuna informazione, senza controlli sull’operato della stazione appaltante (neanche da parte dell’Autorità anticorruzione), senza più alcun criterio oggettivo nella scelta dell’appaltatore. Sono le trattative private che in passato hanno consentito di far lievitare clientele e corruzione nei mercati locali degli appalti.

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L’impatto reale ed economico e gli allarmi lanciati in questi giorni da più parti (dall’Anac, dall’Ance, dai sindacati, dai media) vanno però pesati sulla base della quota di mercato interessata agli effetti prodotti dalla norma. Va detto subito che la portata della norma è radicalmente diversa nel mercato delle opere pubbliche a seconda che si parli di lavori o di servizi (progettazione e ingegneria).

Nel primo caso la quota interessata è molto elevata in termini di numero di gare perché di fatto scomparirebbero circa 10mila bandi di gara annui, il 40% degli appalti sarebbe cioè assegnata senza gara anche informale o bando, stando a stime annue basate sugli ultimi dati di gennaio-novembre 2018 dell’Osservatorio Cresme-Edilizia e territorio sui bandi di gara. Trattandosi però di importi molto piccoli in un mercato molto grande (circa 25 miliardi di euro annui), la quota di mercato in termini economici sarebbe limitata a circa 600 milioni di euro, pari al 2,5% del mercato.

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