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Il medico accusato di curare un tumore con l’ipnosi

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Lei si chiama Maria, è moglie di un apicoltore di Amaroni, in provincia di Catanzaro e ha denunciato di essere stata vittima di un medico che le ha fatto credere di poter guarire un tumore con l’ipnosi. Il marito si chiama Giuseppe Muzzì e la sua compagna non riesce più ad alzarsi dal letto e in un ospedale milanese combatte contro un cancro «che per tre anni ha lasciato crescere dentro di sé», perché convinta dal suo medico di base di poterlo sconfiggere con l’aiuto di psicoterapia e ipnosi. Racconta oggi Repubblica in un articolo a firma di Alessia Candito:

«Ero completamente plagiata», scrive la donna nell’esposto con cui ha denunciato il medico. Qualche anno fa sarebbe stato lui a “iniziare” Maria al cosiddetto “metodo Hamer”, secondo cui gli shock emozionali provocherebbero i tumori, che l’organismo sarebbe in grado di distruggere autonomamente, una volta superato il conflitto emotivo. Una «pericolosa ciarlataneria» secondo l’oncologo David Gorski, una pratica che trasforma tumori curabili in forme mortali — dice l’Airc — perché rinnega l’uso dei farmaci.

Per il suo inventore, il medico nazista Ryke Geerd Hamer, radiato dall’albo nell’86, le cure tradizionali farebbero parte di una cospirazione mondiale. Anche Maria aveva finito per crederci. «Leggeva questi libri e diceva che le cure servono alle case farmaceutiche per creare clienti e non per guarire i malati. E ci aveva quasi convinto, un po’ come si sta facendo con questa campagna contro i vaccini. Noi però — dice oggi il marito — la prendevamo in giro, mai avremmo pensato di arrivare a questo».

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Il dottor Salvatore Monteleone però nega: «È stata una libera scelta della signora, se ne assuma le responsabilità. Non faccio il capro espiatorio» afferma. «È vero, abbiamo parlato del metodo Hamer, io l’ho studiato, mi serve per allargare la mente ma non lo associo alla mia attività. Tutti i miei pazienti che ne hanno bisogno vanno in ospedale», si difende nell’articolo del quotidiano. La questione esplode dopo una visita della donna in una clinica di Milano nella quale le consigliano il ricovero immediato:

Ma ancora una volta Monteleone, insieme alla compagna, avrebbe convinto Maria a rinunciare alle cure. «Approfittando della mia fiducia nei loro confronti, nonché del mio stato di debolezza psicofisica, plagiandomi, mi consigliarono rientrare in Calabria perché si sarebbero presi cura di me». Per mesi, avrebbero “curato” la donna solo con sedute di psicoterapia, ipnosi e forti dosi di antidolorifici.

Ma il tumore cresceva, Maria era sempre più debilitata e le proteste e richieste di chiarimento da parte dei parenti sempre più veementi. «Lui ha iniziato a negare tutto, ha detto di averci consigliato di andare in ospedale e ha convinto mia moglie a firmare una liberatoria retrodatata», racconta con rabbia il marito.

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