Economia

Alexis Tsipras: l'uomo che fa tremare i mercati

L’azzardo è grande. Il governo greco ha deciso agli inizi di dicembre di anticipare l’elezione del presidente della Repubblica. Oggi si svolgerà il primo turno al parlamento di Atene. Se nessuno raggiungerà la maggioranza qualificata di due terzi dei 300 deputati, come è certo, vi sarà una nuova votazione il 23 dicembre, sempre con il quorum di 200 parlamentari. Infine solo il 29 dicembre, alla terza votazione, la soglia scenderà a 180. Ma per la maggioranza che sostiene il governo conservatore e pro-europeo di Antonis Samaras, la meta è lontana. Oggi può contare, se va bene, su una quota di consenso di 155 voti per Stavros Dimas, già commissario europeo per l’Ambiente e più volte ministro. Troppo pochi e troppo poco tempo. Eppure l’azzardo ha i suoi perché: entro gennaio il governo dovrà concludere un nuovo accordo con la Troika e Samaras non vuole regalare all’opposizione il tempo di spiegare agli elettori quanto i greci dovranno ancora pagare in termini di tagli ai servizi sociali e perdita occupazionale.
 
ELEZIONI VICINE, I MERCATI NON GRADISCONO
Se la risicata maggioranza parlamentare non dovesse conquistare nuovi consensi e fallisse l’obiettivo di eleggere Dimas, la Costituzione prevede la convocazione di nuove elezioni. Le date più probabili sono il 25 gennaio e il 1° febbraio. I sondaggi danno favorita Syriza, la forza della sinistra radicale guidata da Alexis Tsipras, che secondo tutte le rilevazioni supera i conservatori di Nuova Democrazia. La differenza però non è abissale. L’ultimo sondaggio assegna meno di tre punti di vantaggio a Syriza (25,5% contro il 22,7% di ND). Altri sondaggi sono più lusinghieri e proiettano Tsipras oltre il 30%. Già dall’annuncio dell’anticipo delle votazioni parlamentari per il nuovo capo dello stato, i mercati hanno cominciato ad impazzire, con un crollo record della borsa di Atene (quasi 13% nella giornata del 9 dicembre), facendo schizzare i tassi di interesse sui titoli di stato, passati dal 5,5% al 9%. Ancor più interessante è il fatto che i titoli a 3 anni hanno superato i decennali, segno che i mercati si aspettano un radicale cambiamento dello scenario da qui al 2017. Uscita dall’euro o ristrutturazione del debito.
 
TSIPRAS: “L’EURO È LA NOSTRA MONETA”
Se si leggono le interviste del leader di Syriza pare di trovarsi di fronte uno strenuo difensore della moneta unica. Si direbbe una sorta di Mario Draghi, più feta. Tsipras, quasi in ogni singola dichiarazione negli ultimi due anni, ha ribadito che, una volta al governo, non porterà il paese fuori dall’euro. Ma perché tanta insistenza sulla permanenza nell’eurozona e nell’arcigna Europa dominata dalla grande creditrice della Grecia, cioè la Germania? La risposta è presto detta: Tsipras vuole vincere le elezioni. Nel 2012 i sondaggi davano Syriza ad un passo dalla vittoria. Samaras e i suoi scatenarono una campagna contro il leader della sinistra, accusando lui e il suo partito di voler portare la Grecia fuori dall’euro. Grazie alla paura i conservatori vinsero le elezioni con tre punti di vantaggio, assicurandosi, grazie alla strampalata legge elettorale ellenica, la quasi maggioranza assoluta. Da due anni il paese è governato da una coalizione formata da ND e dal partito socialista (Pasok), ormai ridotto al lumicino proprio da Syriza. Stavolta Tsipras non vuole rischiare. Prima si vince, poi si contratta, questo è il suo programma.
 
FINE DELL’AUSTERITÀ, PAGHINO I TEDESCHI
E sì perché il programma di Syriza non è all’acqua di rose. In un discorso a Salonicco, Tsipras ha riassunto le sue priorità in quattro punti, battezzati dai media “Programma di Salonicco”, un’alternativa radicale al Memorandum sottoscritto con la Troika. Primo punto: “risolvere la crisi umanitaria in Grecia”; secondo “riavviare l’economia”; terzo “riconquistare posti di lavoro”; quarto “trasformare democraticamente il sistema politico”. Dentro questi obiettivi c’è l’aumento del salario minimo, delle pensioni, degli stipendi statali e il ripristino dei livelli del servizio sanitario. Insomma più spesa pubblica. Sul fronte del debito Syriza propone un abbattimento del 70-80% del debito pubblico. Ma non quello in mano ai privati, che è poca roba. Piuttosto l’obiettivo di Tsipras è far pagare il conto ai maggiori detentori del debito ellenico: l’Unione Europea e in particolare la Germania. Come spiega il Sole 24 ore, dei 330 miliardi di euro di debito (177% del Pil) l’80% è in mano a istituzioni pubbliche: 60% ai fondi salva-stati, vale a dire all’Unione europea, 12% al Fondo monetario internazionale, l’8% è detenuto dalla Bce, solo il 15% è sul mercato. Insomma, se la signora Merkel non vuole che la Grecia fallisca ed esca dall’euro, creando un pericoloso precedente, deve fare buon viso a cattivo gioco ed accettare una piccola perdita, pari al 27% del fondo salva-stati europeo. Sono solo una cinquantina di miliardi. Alla Francia toccherebbero 40 miliardi, all’Italia 35 e dalla Spagna una ventina. Un piccolo prezzo – spiegano quelli di Syriza – se si considera quanto costerebbe la deflagrazione della zona euro. E qualcosa di equo, se si mette a confronto il trattamento che la stessa Germania ricevette nel 1952, quando le furono condonati i debiti di guerra. Insomma, dicono quelli di Syriza, se come tutti dicono la Germania ha guadagnato più di tutti dalla moneta unica è arrivato il tempo che paghi il conto. Solo così, spiega il capoeconomista del partito di Tsipras, John Milios, il debito in mano ai privati non sarebbe colpito e i mercati non avrebbero ragione di ritorcersi contro il governo ellenico. Ma ai mercati questo interessa poco e da due settimane mettono in conto lo scenario peggiore: il fallimento delle trattative e l’uscita di Atene dalla moneta unica entro i prossimi tre anni.
 
L’EUROCRAZIA CONTRO TSIPRAS, MA DRAGHI…
Nei giorni scorsi però non sono stati solo i mercati ad accanirsi contro la sinistra greca. Con una delle sue leggendarie (ma volute) gaffe, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si è augurato che i greci non votino “in modo sbagliato”. Nell’appena conclusa due giorni ad Atene, poi, il commissario europeo alle finanze, il francese Pierre Moscovici, ha voluto far sapere che non era lì per incontrare Tsipras, ma solo il governo. Un atteggiamento che ha ripetuto lo sgardo di Angela Merkel durante la campagna elettorale di maggio per le elezioni europee, quando i suoi portavoce riferirono che la Cancelliera non aveva intenzione di incontrare il leader della sinistra, considerato “un interlocutore indesiderabile”. Non solo, Moscovici ha escluso che il piano di Tsipras possa godere di qualche ascolto a Bruxelles: “la zona euro è costruita sulle obbligazioni – ha detto il commissario – mutue obbligazioni. L’idea di contemplare il non rimborso del debito è, secondo me, un suicidio”. Eppure al di là delle dichiarazioni ufficiali, le cose sono molto più sfumate. Joska Fischer, l’ex ministro degli esteri di Schroeder, considera Syriza “pericolosa”. Ma ha pubblicamente rivelato che il governo tedesco è pronto a trattare con Tsipras, Mario Draghi lo ha ricevuto ufficialmente – cosa inconsueta non essendo Tsipras un capo di governo – e il leader di Syriza ha recentemente assicurato che è sua intenzione trovare un compromesso con la BCE. Perché è chiaro che se Francoforte non mette un freno alla speculazione da qui a gennaio, la vittoria elettorale di Syriza è tutt’altro che scontata. I sondaggi stanno infatti già rilevando un assottigliamento del margine di vantaggio per la sinistra. Il terrore da spread può giocare nuovamente un brutto scherzo al giovane aspirante premier.
 
I COMPAGNI DI TSIPRAS
La Grecia non è l’unico paese in cui un partito della sinistra radicale è in testa nei sondaggi. In Spagna guida le previsioni Podemos, la formazione nata dagli “Indignados”. E proprio pochi giorni fa un nuovo sondaggio shock ha smosso le acque in Irlanda. Lo Sinn Fein, il partito nazionalista braccio politico dell’IRA, ma appartenente come Syriza e Podemos al gruppo europeo della “sinistra unita”, è in testa alle rilevazioni. Tre paesi appartenenti al gruppo dei “PIIGs”, tre partiti della sinistra radicale. Forze ostili all’austerità, ma non all’Europa, che non propongono come primo punto del loro programma l’uscita dall’euro, ma l’uscita dal liberismo e una ristrutturazione controllata del debito. Syriza, in particolare, è affiancata da economisti di alto profilo, come Yanis Varoufakis, che ha elaborato una “modesta proposta” per riformare l’eurozona, e il gruppo di economisti post keynesiani che fa capo al Levy Institute di New York. Podemos, che ha ormai scelto esplicitamente la via socialdemocratica, ha recentemente presentato il suo programma economico, in cui propone una riforma dell’eurozona basata su un ruolo attivo della BCE, ben consapevole che l’attuale assetto istituzionale genera spinte deflazionistiche autodistruttive e impedisce qualsiasi intervento sul lato della domanda. Insomma, se il rosso Tsipras, ammiratore di Marx e di Gramsci, diventasse davvero capo del governo del suo paese, presto potrebbe trovare qualche altro compagno ad affiancarlo nelle riunioni del Consiglio europeo.