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L’inchiesta dell’ispettore Travaglio sui crimini delle Ong

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Da che parte sta Marco Travaglio? Il Direttore del Fatto Quotidiano è noto per il suo rigore giustizialista, perseguito sempre attenendosi all’esito di indagini e inchieste. Da qualche tempo però sul Fatto si è deciso che era necessario appoggiare la teoria delle Ong “nemiche” dell’Italia e degli interessi del nostro Paese. Non solo: le organizzazioni governative che operano nel Mediterraneo Centrale starebbero in qualche modo aiutando i trafficanti.

A che punto siamo con le indagini sui taxi del mare

Si potrebbe indagare su quali siano questi trafficanti, non è poi impresa difficile per un giornale come il Fatto, si potrebbe partire ad esempio dai legami di alcuni di loro con Abd al Rahman al-Milad comandante della guardia costiera della regione di Zawiya recentemente raggiunto assieme ad altri quattro libici da un provvedimento di sanzione da parte dell’ONU. L’accusa è quella di far parte di una rete di trafficanti di esseri umani. A quanto pare però è più comodo, per le procure e per il Fatto, indagare sulle Ong. L’accusa è più o meno sempre la stessa fatta da Di Maio (anche se poi il vicepremier ha cercato di rimangiarsela): le Ong sono dei taxi del mare in combutta con gli scafisti. A quanto pare i taxi del mare sono altri, e fanno decisamente meno notizia, anche quando i trafficanti vengono arrestati.

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Fonte: il Fatto Quotidiano del 19/06/2018

Il 19 giugno il Fatto ha ospitato un lungo intervento del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – quello delle “ipotesi di lavoro” sulle Ong finanziate dagli scafisti – che spiegava come le Ong hanno favorito i trafficanti. Zuccaro nell’articolo non parla di alcun fatto di rilevanza penale ma si limita, senza dirlo mai esplicitamente, a spiegare che le operazioni delle Ong in acque internazionali così vicino alle acque libiche agirebbero come fattore di attrazione per gli scafisti. Si tratta di quello che in gergo viene chiamato “pull factor”. Zuccaro scrive che «i criminali lasciano i profughi sui gommoni vicino alla riva: i soccorsi umanitari salvano vite ma anche il loro business». Ora ci sono due problemi: vicino alla riva è fuorviante visto che i salvataggi avvengono al limite delle acque internazionali (12 miglia nautiche). Inoltre come ha detto il capo del reparto operazioni della Guardia Costiera, Nicola Carlone, in un’audizione al Comitato Schengen, la presenza delle Ong di fronte alle coste libiche non costituisce un fattore d’attrazione per le partenze.

Le archiviazioni per le inchieste di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina

Insomma i migranti verrebbero fatti partire comunque, come dimostrano i naufragi di questi giorni che sono avvenuti quando nessuna nave era in zona. E visto che gli scafisti vengono pagati prima della partenza il business sarebbe salvo anche se i barconi affondassero dopo mezz’ora di navigazione. Chi parte dopo partirebbe in ogni caso. Ci sono migliaia di persone disposte a partire, questo gli scafisti lo sanno, come sanno che la “perdita” di qualche barcone e del suo carico non compromette il loro modello di business. Zuccaro curiosamente però nel suo articolo non parla della sua inchiesta sulla nave Open Arms della Ong ProActiva che è stata archiviata. Ed è per questo che gli avvocati di ProActiva hanno scritto al Fatto Quotidiano per ricordare che il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è stato ritenuto privo di consistenza.

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Fonte: il Fatto Quotidiano del 02/07/2018

Qualche giorno prima della pubblicazione dell’articolo di Zuccaro Travaglio scriveva che grazie alle inchieste delle Procure di Catania e di Trapani «vedemmo le immagini di alcune Ong (non tutte) che fungevano da nastro trasportatore di migranti nel Mediterraneo dalla Libia all’Italia, riducendo i rischi d’impresa e aumentando i profitti degli scafisti, con cui coordinavano via telefono le consegne e a cui restituivano financo i barconi». Ed è interessante perché l’indagine della procura di Palermo sui rapporti tra Ong e scafisti (la Ong in questione veniva accusata di aver riconsegnato i barconi ai trafficanti) si è conclusa con un’altra richiesta di archiviazione.

Spieghiamo a Travaglio perché le Ong hanno tutto il diritto di salvare le persone nel Mediterraneo

Questi sono i fatti fino ad ora. Nessuna inchiesta ha dimostrato che ci siano rapporti di qualsivoglia natura, tanto meno criminale, tra Ong e scafisti. Allo stesso tempo la Guardia Costiera ha fatto sapere che i pochi sconfinamenti delle Ong in acque territoriali libiche erano stati autorizzati dall’IMRCC di Roma e che la presenza delle Ong in quella che dovrebbe essere la zona SAR libica (ma che è stata di competenza italiana fino all’insediamento del nuovo governo) non costituivano “pull factor”.

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La richiesta di archiviazione per l’inchiesta sulle Ong della Procura di Palermo

Travaglio però riesce a fare un capolavoro. Risponde agli avvocati della ProActiva che «può darsi che, nella giungla di norme contraddittorie, nazionali e internazionali, nessuna Ong abbia commesso reati (anche se il caso della nave Iuventa della Ong Jugend Rettet sequestrata a Trapani fa pensare il contrario)». Andiamo con ordine. Le norme internazionali e nazionali non sono contraddittorie. I reati di  associazione per delinquere (art. 416, comma 6, cp) e favoreggiamento dell’immigrazione irregolare (art. 12 D. Lgs 286 del 1998) hanno contorni ben precisi che esulano dalla legge internazionale che obbliga le imbarcazioni a prestare soccorso ai natanti in difficoltà. Questo Travaglio ovviamente lo sa bene. Come sa bene che nella richiesta di archiviazione della Procura di Palermo è scritto che «non si ravvisano elementi concreti che portano a ritenere alcuna connessione tra i soggetti intervenuti nel corso delle operazioni di salvataggio a bordo delle navi delle ONG e i trafficanti operanti sul territorio libico». In particolare, scrive la Procura, «non  è emersa la prova che i soggetti che materialmente tranciarono i motori fuori dei gommoni con a bordo i migranti facevano parte della ONG “Juventa”, né d’altra parte una loro connessione di qualche tipo con i trafficanti».

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Ma è noto che per il Direttore del Fatto è sufficiente che ci sia un’inchiesta in corso (nemmeno un rinvio a giudizio) per stabilire che le Ong sono colpevoli delle accuse a loro carico. Ma non finisce qui perché Travaglio ricorda che Minniti impose un codice di condotta alle Ong spiegando che «chi rispetta le regole può continuare a operare nel Mediterraneo; chi non ci sta
vada altrove». Vale  la pena ricordare che non tutte le Ong hanno firmato quel codice di condotta e che dal momento che le operazioni di salvataggio si svolgono in acque internazionali lo Stato italiano non ha piena giurisdizione su quanto avviene. Travaglio però forse quel codice di condotta non lo ha letto perché scrive che «se le navi delle Ong continueranno a rilevare i carichi di migranti (anche senz’alcun pericolo di vita né esigenza di “salvataggio”) dagli scafisti, in perfetta sincronia presso le coste libiche, oggettivamente favoriranno questi trafficanti di esseri umani».

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Innanzitutto è bene precisare – perché Travaglio non lo faccia non è chiaro – che il codice di condotta consente “in situazioni di grave e imminente pericolo che richiedano assistenza immediata” di entrare in acque territoriali libiche. È noto poi che le operazioni di salvataggio si siano sempre svolte (e il caso della Aquarius è un esempio magistrale, visto che ai soccorsi parteciparono motovedette della Guardia Costiera italiana) sotto il coordinamento dell’MRCC di Roma, proprio come previsto dal codice di condotta. Riguardo invece al fatto che le operazioni di soccorso si svolgano «senz’alcun pericolo di vita né esigenza di “salvataggio”» Travaglio dovrebbe leggere quanto scrive la Procura di Palermo.

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Poco oltre la procura scrive che dal momento che le persone a bordo dei gommoni erano in pericolo (a causa del sovraffollamento dei gommoni e per la presenza a bordo di donne e minori) l’intervento degli operatori di soccorso (a maggior ragione se coordinati dal MRCC di Roma) era legittimo «anche se le condizioni meteorologiche non dovessero rappresentare, al momento del salvataggio, un problema». Ma è chiaro a questo punto che Travaglio non sa di cosa sta parlando (altrimenti sarebbe in malafede). Del resto nel suo editoriale di ieri a proposito del rimpatrio assistito scriveva che «un nigeriano che ha speso 5mila dollari per arrivare in Libia, ne avrà 7-8 mila per tornare in Nigeria su aerei pagati dall’Ue». E non si capisce se Travaglio ritiene qui che una persona che ha venduto tutti i suoi averi (e contratto debiti) per pagarsi il viaggio abbia altri soldi “da parte” o se invece quei soldi gli verranno dati per tornare a casa (poco probabile visto che un volo per la Nigeria non costa così tanto).

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