Economia

Le balle di Toninelli su TAV e Francia

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dice che Parigi ha cambiato idea sull’Alta Velocità. Eppure la lettera della ministra francese è piuttosto chiara. E dice il contrario

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Ieri sono uscite le anticipazioni del libro di Bruno Vespa e abbiamo scoperto che la strada con la Francia per non fare la TAV è in discesa. Parola del concentratissimo ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli: «Ci metteremo d’accordo con la Francia per non farla. Mi risulta che Macron abbia escluso la Tav dalle priorità infrastrutturali». Paolo Griseri su Repubblica oggi spiega che non è vero niente:

L’ultima comunicazione che arriva dalla Francia è quella del capo di gabinetto della ministra dei trasporti francese, Elisabeth Borne, il 2 ottobre scorso. É una risposta alla richiesta di Toninelli di avere un po’ di tempo prima di far partire la nuova fase di appalti per la Torino-Lione. Dilazione che Parigi concede ma a precise condizioni: «La posizione del governo francese per quanto riguarda la sezione transfrontaliera della Torino-Lione – si legge nella mail proveniente da Parigi – rimane quella concordata con il governo italiano in occasione del vertice di Lione del 27 settembre 2017».

In quella occasione Macron aveva «escluso la Tav dalle priorità infrastrutturali», come ha sostenuto ieri Toninelli? Non parrebbe. Ecco che cosa disse quel giorno il presidente francese nel suo discorso: «Siamo completamente impegnati affinché la sezione transfrontaliera di questa linea, sia portata a compimento. Degli impegni sono stati assunti, dei finanziamenti comunitari sono stati decisi, quindi dobbiamo essere chiari sul tunnel di base: il nostro impegno è quello di rispettare impegni e finanziamenti. Non possiamo che rimpiangere che altri Paesi abbiano realizzato prima di noi i tunnel alpini».

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Non solo: spiega Repubblica che nel concedere la dilazione nell’avvio dei nuovi appalti, la ministra di Parigi fa sapere (anzi, faceva sapere il 2 ottobre) che «la Francia non ha obiezioni sulla dilazione in modo da tenere conto dei tempi necessari alla pubblicazione dello studio costi/benefici». A patto che «sia garantito che la durata di questo rinvio non abbia conseguenze sull’erogazione dei finanziamenti europei, oggetto di una convenzione con l’Unione europea e vincolanti per le varie parti».

L’ultima frase si riferisce ai contenuti del Grant agreement tra Italia, Francia ed Europa firmato nell’autunno del 2015. Che prevede l’erogazione di una prima tranche di 813 milioni da parte dell’Unione europea a patto di concludere i primi due miliardi di lavori entro fine 2019. Se la dilazione dei tempi legata al bilancio costi/benefici italiano dovesse far slittare di molto gli appalti, l’Unione Europea toglierebbe in proporzione i finanziamenti: se, ad esempio, si faranno lavori per 1 miliardo invece di 2, Bruxelles pagherebbe solo 407 milioni.

Se addirittura l’Italia decidesse di bloccare tutto (convincendo la Lega a votare in Parlamento la legge che smentisce l’attuale trattato internazionale) Roma dovrebbe certamente restituire 700 milioni all’Ue e 350 alla Francia che tanto hanno speso nelle opere preliminari. E dovrebbe restituire gli 813 milioni ricevuti da Bruxelles. Tutto questo, circa due miliardi, senza contare i circa 300 milioni e i sette anni che sarebbero necessari per chiudere gli oltre 20 chilometri di gallerie già scavate.

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