Economia

Il taglio del cuneo fiscale per i neoassunti

Due punti in meno per il dipendente e due punti in meno per l’azienda. Il governo Gentiloni studia un taglio del cuneo fiscale per lavoratori e imprese che parta dal 2018 per incentivare l’occupazione. Si lavora a una tabella di marcia, scrive oggi il Messaggero, da inserire nel Documento Economico Finanzario e poi nella prossima legge di bilancio che verrà licenziata prima delle elezioni.

Il taglio del cuneo fiscale per i neoassunti

Spiega il quotidiano romano che in questo modo da una parte le imprese beneficerebbero di un taglio netto di 2 punti di costo del lavoro, dall’altra i lavoratori potrebbero scegliere di incrementare del 2% la loro busta paga (dovrebbero però pagare l’aliquota marginale Irpef su tale incremento) oppure di devolvere la stessa somma alla previdenza integrativa (deducendola dall’imponibile Irpef).

Nella sua versione base, la riduzione dell’aliquota determinerebbe una riduzione effettiva dei versamenti contributivi e, dunque,nello schema contributivo, una pensione di importo proporzionalmente ridotto. Per evitare questo effetto, occorre che lo Stato fiscalizzi, ovvero ponga a carico del proprio bilancio, la mancata contribuzione. L’aliquota contributiva a carico del datore di lavoro scenderebbe dal  23,81 al 21,81%, mentre quella versata dal lavoratore passerebbe dal 9,19 al 7,19%.
Per realizzare questa operazione, il ministero di Via XX Settembre ipotizza una copertura di 320 milioni di euro. Il calcolo è presto fatto: i tecnici stimano circa 400mila nuove assunzioni il prossimo anno. E, considerando una retribuzione media in ingresso di 20mila euro lordi, ci sarebbe un taglio di contributi di 800 euro, di cui 400 andrebbero al lavoratore che ne perderebbe però una parte a causa della maggiore Irpef.

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L’infografica del Messaggero sul taglio del cuneo fiscale (12 marzo 2017)

Per dare una ulteriore spinta alla fase iniziale del progetto, ambienti di governo caldeggiano una versione ancora più incisiva del taglio del cuneo ipotizzando l’esonero contributivo, almeno per il primo anno, in favore dei neo-assunti più giovani. Sarebbe lo Stato, in questo caso, a farsi carico totale del 9,19% della contribuzione. Resta aperto il problema della copertura del provvedimento, che secondo le ipotesi di questi giorni dovrebbe arrivare dall’aumento dell’IVA ridotta dal 10 al 13%.

300 euro in più in busta paga all’anno

La Cgia di Mestre è contraria “all’aumento dell’Iva per finanziare la riduzione del cuneo fiscale. Questa operazione, infatti, non sarebbe a somma zero. Se a seguito di un’eventuale riduzione del costo del lavoro – osserva – i vantaggi economici ricadrebbero su imprese e/o lavoratori dipendenti, il rincaro dell’Iva, invece, lo pagherebbero tutti. In particolar modo i più deboli, come i disoccupati, gli inattivi e i pensionati che, invece, dal taglio delle tasse sul lavoro non beneficerebbero, almeno direttamente, di alcun vantaggio”. L’Italia, segnala la Cgia, è tra i principali paesi dell’area euro ad avere l’aliquota ordinaria Iva più alta. Se da noi è al 22%, in Spagna è al 21, in Francia al 20 e in Germania al 19. I più penalizzati da un eventuale aumento dell’Iva sarebbero i percettori di redditi più alti, visto che a una maggiore disponibilità economica si accompagna una più elevata capacità di spesa. La misurazione più corretta, tuttavia, si ottiene calcolando l’incidenza percentuale dell’ aumento dell’Iva sulla retribuzione netta di un capo famiglia.

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Le attuali aliquota IVA (Il Messaggero, 8 marzo 2017)

Adottando questa metodologia, l’aggravio più pesante interesserebbe i percettori di redditi bassi e, a parità di reddito, le famiglie più numerose. Con un incremento di un punto di Iva dal 22 al 23%, ad esempio, una famiglia di 3/4 persone subirebbe un aumento di imposta di circa 100 euro all’ anno che, ovviamente, avrebbe delle ripercussioni negative sui consumi interni del paese che costituiscono la componente più importante del nostro Pil. “Vista la situazione dei nostri conti pubblici – rileva Paolo Zabeo della Cgia – è molto probabile che il Governo non sarà in grado di recuperare entro la fine di quest’anno tutti i 19,5 miliardi necessari per evitare che, dal 2018, l’aliquota Iva del 10 passi al 13 e quella del 22 al 25%. Ricordo che un aumento di un punto dell’aliquota ridotta costa agli italiani poco più di 2 miliardi e quella ordinaria 4. Pertanto, non è da escludere che dei 19,5 miliardi l’esecutivo sia in grado di sterilizzarne solo una parte, almeno 14-15. E visto che la spesa corrente al netto degli interessi è destinata ad aumentare ancora, la quota rimanente dovrà essere recuperata con nuove entrate, con il ritocco, ad esempio, di un punto di entrambe le aliquote Iva”.
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C’è poi il problema del bonus 80 euro. Una retribuzione di 26 mila euro che versa il 9,19 per cento alla previdenza percepisce infatti pienamente il credito d’imposta voluto dal governo Renzi, mentre se i 26 mila si trasformano automaticamente in imponibile fiscale il bonus viene perso in un colpo solo. Ecco perché probabilmente, per questa e per altre ragioni, l’esecutivo dovrà prevedere accanto all’intervento sul costo del lavoro un qualche tipo di aggiustamento del meccanismo introdotto nel 2014.