Economia

Flat tax, reddito di cittadinanza e i problemi dei conti pubblici

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L’ISTAT ieri ha rivisto al ribasso le stime di crescita dall’1,4% all’1,1% del PIL per il 2018: nel primo trimestre la crescita era stata pari allo 0,3% in termini congiunturali e all’1,4% su base annua. In particolare, il rialzo trimestrale è il più basso dal terzo trimestre 2016. L’inflazione italiana, invece registra a luglio una crescita all’1,5% dall’1,3% di giugno. La questione è importante perché, come spiega oggi Dino Pesole sul giornale di Confindustria, fin d’ora si può ipotizzare un impatto complessivo sui conti pubblici nel 2018-2019 tra gli 8 e i 10 miliardi. È il combinato dei circa 3,5 miliardi di maggior deficit attesi quest’anno (dall’1,6 all’1,8%), diretta conseguenza di una crescita inferiore dello 0,4% rispetto all’ultima stima, e dell’impatto del rallentamento dell’economia nel 2019. Con l’aggiunta della maggiore spesa per interessi causata dall’aumento di 100 punti dello spread acquisito finora rispetto allo scenario ante elezioni del 4 marzo.

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Crescita, la fine della fase espansiva (Il Sole 24 Ore, 1 agosto 2018)

Questo però causerà molti problemi ai programmi di M5S e Lega:

Ben si comprende allora la cautela del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che non a caso – e differentemente da quanto dichiarato dal vice premier Luigi Di Maio – prevede un percorso pluriennale a tappe per la realizzazione dei punti cardine del contratto di governo: flat tax, reddito di cittadinanza, revisione della legge Fornero. L’impatto a regime delle tre misure supera i 100 miliardi, e dunque pare arduo ipotizzarne l’approvazione in tempi brevi. Accanto al tema decisivo delle coperture per gli interventi in agenda, tutte da individuare, resta il nodo delle clausole Iva da disinnescare (come?) e delle spese indifferibile da rifinanziare: 12,4 miliardi nel primo caso, tra i 3 e i 4 miliardi nel secondo.

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Variazioni congiunturali e tendenziali (Il Sole 24 Ore, primo agosto 2018)

È ipotizzabile che si possa ricorrere a nuova flessibilità europea? In parte sì, provando a motivare la richiesta proprio con il rallentamento dell’economia. Occorrerà superare non poche resistenze e obiezioni, non ultima la linea ufficiale espressa dalla Commissione: la riduzione del deficit strutturale chiesta al nostro Paese (10 miliardi nel 2019, 5 miliardi nell’anno in corso) è variabile indipendente rispetto alle oscillazioni del ciclo economico. Si potrà contrattare, ma non sarà una passeggiata.

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