Economia

Pensioni, chi lascia prima avrà il 15% in meno?

L’ipotesi di flessibilità dell’età pensionabile è ancora in piedi nonostante le uscite di Renzi e Padoan di ieri. Il governo sta studiando un compromesso a costo zero con penalità per chi lascia prima dei 66 anni oggi previsti. Spiega oggi Roberto Petrini su Repubblica che tra le ipotesi allo studio c’è quella di uscire prima dal lavoro ma con il 15% in meno:

Per la soluzione flessibilità del resto pressano sindacati e minoranza interna del Pd. Senza contare che una delle proposte di legge più discusse nelle ultime settimane porta due firme di peso: del presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano e del sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta. Il problema sono i costi: il testo prevede di poter anticipare a 62 anni, invece che agli attuali 66 anni e tre mesi (66 e sette mesi nel 2016) l’uscita in pensione. L’opzione per la flessibilità costerebbe il 2 per cento per ogni anno e dunque qualora fosse esercitata per quattro anni comporterebbe una penalizzazione dell’8 per cento. Su costo si discute, ma si dovrebbe andare, secondo i proponenti, sotto i 4 miliardi (tenendo conto solo dei pensionati che aderiranno).
Un po’ troppo, e allora si guarda all’altro progetto sul campo, nato dagli ambienti tecnici e che viene definita proposta-Boeri. Si tratterebbe, nella versione che circola, di estendere a chi va in pensione anticipata un calcolo interamente contributivo invece che il più generoso retributivo anche se mitigato dal sistema pro-rata. In questo caso il taglio dell’assegno potrebbe arrivare complessivamente fino al 30 per cento. Il costo sarebbe vicino allo zero. L’impatto immediato tuttavia non sarebbe indolore: il primo anno potrebbero essere molti coloro che potrebbero approfittare della opportunità e il peso per le finanze pubbliche si farebbe sentire.

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I requisiti per le pensioni (Corriere della Sera, 21 settembre 2015)

L’età rimarrebbe a 62 anni:

Lacoperta è corta, tant’è che il Def non fa cenno alla questione della flessibilità in uscita:tanto più che già la lista della spesa arriva a 27 miliardi, il cantiere della spending review è ancora aperto e la flessibilità attende un via libera da Bruxelles. Tuttavia i tecnici del governo sono al lavoro per una soluzione di compromesso che potrebbe conciliare l’esigenza di «costo zero», sulla quale sembra siano attestati Palazzo Chigi e Via Venti Settembre, accontentando al tempo stesso la nonna che si vuole godere i nipotini. L’idea è quella di lavorare sulla percentuale di penalizzazione: dal 2 per cento di cui si è parlato fino ad oggi si potrebbe salire il 3-4 per cento l’anno raggiungendo una penalizzazione massima su quattro anni del 12-15 per cento. L’età rimarrebbe a 62anni e in questo modo – ma si stanno facend oi conti – si potrebbe raggiungere un punto di equilibrio tra costi e risparmi.

Il Messaggero spiega invece come funziona l’opzione donna:

L’opzione donna è una forma di flessibilità presente da molti anni nel nostro ordinamento. Venne introdotta con la riforma Maroni-Tremonti del 2004 e inizialmente fu usata pochissimo. Permette alle lavoratrici con 57 anni di età e 35 di contributi di accedere alla pensione di anzianità con un assegno calcolato interamente con il sistema contributivo. La decurtazione effettiva, che dipende dalla singola carriera, è comunque sensibile e può arrivare al 25-30 per cento. Dopo la riforma Fornero che ha bruscamente innalzato i requisiti l’opzione è diventata più appetibile, pur in presenza della penalizzazione. La scadenza per usufruirne era fissata dalla legge al 2015, ma è stata di fatto anticipata di un anno con un’interpretazione restrittiva, che ora potrebbe essere rimossa. Non è poi escluso un ulteriore prolungamento.

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