Economia

Il Monte dei Paschi di Siena sacrificato sull'altare del referendum perso

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Non deve conoscere evidentemente vergogna Debora Serracchiani, che ha il barbaro coraggio di legare lo scoppio del bubbone Monte dei Paschi di Siena al risultato del referendum del 4 dicembre. In primo luogo perché la presidente della Regione Friuli deve avere uno stranissimo concetto di democrazia se secondo lei bisogna fare riforme della Costituzione per evitare che salti una banca. E in secondo luogo perché l’attuale situazione del Paschi è frutto non del risultato del referendum, ma della decisione politica del governo Renzi di non fare niente per la banca prima del referendum. 
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Il Paschi sacrificato sull’altare del referendum perso

Ma a parte la disonestà intellettuale a cui politici senza scrupoli ci hanno abituato della situazione disperata ma non seria del Paschi sono responsabili in prima istanza i manager che l’hanno portata sull’orlo del fallimento e i politici che li hanno scelti attraverso la Fondazione e poi quelli che l’hanno lasciata incancrenire in questi anni di difficoltà sottovalutate dalla Vigilanza e considerate facilmente risolubili con piani all’acqua di rose dal management. Ieri è arrivato il redde cojonem: ha cominciato a circolare la voce che la Banca Centrale Europea avesse negato la proroga di venti giorni per mettere a punto quell’aumento di capitale da 5 miliardi che, ci raccontavano le veline governative, aveva così tanti sottoscrittori privati che si sono volatilizzati tutti, lasciando con il cerino acceso in mano l’amministratore delegato Marco Morelli, che ha sostituito Fabrizio Viola su decisione del governo e input di JP Morgan perché con quest’ultimo in sella sarebbe stato difficile trovare investitori: si è visto, infatti. Francoforte non ha confermato né smentito la notizia che ieri ha mandato a picco la banca a Piazza Affari ma la parte che fa più (amaramente) ridere non è tanto la situazione di oggi ma il pio desiderio di riuscire a trovare qualcuno che ci mettesse i soldi in 20 giorni dopo non averlo trovato per sei mesi. Le responsabilità del governo Renzi vengono invece ricordate oggi da Stefano Feltri sul Fatto:

Per attribuire correttamente le responsabilità di quello che sta succedendo bisogna tornare al decreto salvabanche del 22 novembre 2015, è in quel momento che i mercati sperimentano le prime conseguenze del dilettantismo finanziario del governo Renzi e della Banca d’Italia. Palazzo Chigi, fidandosi dei calcoli di Via Nazionale, azzera azioni e obbligazioni subordinate di quattro piccole banche fissando un valore molto basso per i crediti in sofferenza (quelli a rischio rimborso) nei bilanci, 17,6 euro per ogni 100 prestati. I mercati applicano lo standard al resto del sistema bancario e ne deriva una voragine virtuale di quasi 50 miliardi. Per mascherare le proprie responsabilità, governo e Banca d’Italia iniziano un tentativo –fallito –di contestare il quadro normativo europeo, appena recepito senza obiezioni dal Parlamento italiano e dalla stessa Bankitalia.
La Commissione europea che pure è stata tanto flessibile in materia dei conti pubblici, sa che con le banche non si scherza. Una eccezione per l’Italia minerebbe la credibilità del nuovo approccio deciso dopo il 2012: quando ci sono crisi bancarie, lo Stato interviene solo alla fine, prima devono pagare azionisti, creditori e, se serve, anche i correntisti. A luglio la situazione precipita: la Bce scrive al Monte dei Paschi di Siena di ridurre di 10 miliardi le propriesofferenze entro il 2018.Serve quindi un aumento di capitale da 5 miliardi di euro. Sembra difficile immaginare che ci sia la corsa degli investitori a mettere altri soldi in una banca che ha già bruciato 8 miliardi in due anni. Un intervento dello Stato pare inevitabile: già a fine giugno il Tesoro inizia a studiare l’impatto di emissioni aggiuntive di debito per 40 miliardi, necessarie a finanziare l’intervento.
Anche il percorso è chiaro a tutti: l’articolo 32 della direttiva Brrd sulle crisi bancarie che regola gli interventi precauzionali, come quello su Mps, che è una banca in cerca di risorse ma,per quanto fragile, non insolvente. Lo Stato può intervenire senza far scattare il bail in, cioè il salvataggio a spese di azionisti e creditori che deve coinvolgere almeno l’8 per cento delle attività dell’istituto prima di consentire che una parte del conto arrivi allo Stato. Nei casi previsti dall’articolo 32 basta il burden sharing, cioè scaricare un po’ del peso sui creditori più esposti, quelli delle obbligazioni subordinate. C’è un sostanziale accordo con Bruxelles, anche la Bce è d’accordo.

A quel punto Renzi blocca tutto: meglio aspettare il referendum. Dopo lo scoppio della bomba delle quattro banche il governo ha cominciato la sua crisi di consenso che l’ha portato a perdere la consultazione, il timore del premier è che tutto si ripeta alla vigilia dell’appuntamento elettorale. Intanto JP Morgan sta prospettando la famosa “soluzione di mercato” ieri ufficialmente fallita.

Obbligazioni subordinate Monte Paschi, che fare?

Adesso che le responsabilità politiche della gestione allegra di un dossier scottante non verranno mai pagate da chi a Palazzo Chigi ha scelto una strategia sbagliata, al nuovo governo Caligola-Gentiloni spetterà di gestire la soluzione di Stato, ovvero quel salvataggio che da anni sembrava l’unica soluzione praticabile. Oggi Il Sole 24 Ore riepiloga quali sono le soluzioni allo studio del ministero dell’Economia. Che non sono tantissime: una di queste è il rilancio dell’operazione di mercato, necessaria anche se dovesse fallire perché, come spiega l’articolo 32 della direttiva europea sul sistema bancario (la «Brrd» del 2014), l’intervento del governo è «precauzionale». Il governo potrebbe offrire una garanzia di ultima istanza per colmare la differenza tra il capitale necessario e quello che verrebbe raccolto. Se nemmeno questo dovesse bastare – com’è altamente probabile – il governo dovrebbe scendere in campo in prima persona, evitando il bail in ma con il sacrificio degli obbligazionisti subordinati i cui titoli verrebbero convertiti:

Dopo la conversione volontaria terminata la scorsa settimana, il panorama dei bond subordinati di Siena in circolazione è sostanzialmente diviso in due parti. La prima è nelle mani degli istituzionali che non hanno aderito alla fase volontaria, e che in caso di decreto si troverebbero a dover sostenere la conversione forzata: un rischio che certo non era sfuggito ai diretti interessati, e che era del resto stato evocato come possibilità dagli stessi esponenti del Tesoro per spingere verso l’opzione. Diverso è l’orizzonte del retail, e in particolare dei circa 60mila risparmiatori che hanno sottoscritto a suo tempo le quote del bond «Upper Tier 2» da 2,16 miliardi emesso nel 2008 con scadenza il 15 maggio 2018.
Il lungo confronto con la commissione Ue ha portato a studiare diverse soluzioni tecniche per evitare a questa platea contraccolpi che oltre a danneggiare i loro bilanci famigliari rischiano di innescare la «grave perturbazione» da crisi di fiducia che secondo la stessa direttiva Brrd va evitata con l’intervento precauzionale dello Stato: tra questi il possibile acquisto dei titoli da parte dello Stato, che poi li convertirebbe in azioni da tenere nel proprio portafoglio, oppure forme di rimborso ex post che però non sono semplici da gestire come mostrano le esperienze delle quattro banche finite in risoluzione.

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Le soluzioni per il Monte dei Paschi di Siena (Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2016)

Il governo potrebbe anche scegliere di fare tutto un conto e studiare un intervento che metta in sicurezza anche le altre banche a rischio. L’ipotesi allo studio, spiegano fonti finanziarie, è di lanciare l’aumento di capitale tra lunedì e martedì prossimi, ricorrendo alla conversione delle obbligazioni subordinate in mano al retail e pari a un aumentare complessivo di circa 2 miliardi di euro. Per riuscirci andrebbero però rimossi i paletti posti dalla Consob, con cui sono in corso dei contatti serrati, aggiungono le fonti. Da questa operazione si punta a ricavare un altro miliardo di euro che andrebbe ad aggiungersi all’altro miliardo raccolto dalla conversione terminata lo scorso 2 dicembre. Un altro miliardo potrebbe essere apportato dai fondi internazionali, con il Qatar che è ancora in pista. Parte infine dei restanti 2 miliardi dei 5 che devono essere raccolti entro fine anno, potrebbero essere presi direttamente sul mercato ma senza un consorzio di garanzia delle banche, con gli attuali advisor di Mps che si preoccuperebbero solo di collocare le azioni. Questa operazione offrirebbe agli obbligazionisti retail condizioni più premianti rispetto alla ricapitalizzazione precauzionale, che invece prevederebbe ovviamente una conversione più sfavorevole.

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