Economia

Ma davvero i giovani si laureano in ritardo per avere un bel voto?

Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha spiegato il motivo per cui, secondo lui, la disoccupazione giovanile in Italia è al 40% (dati Istat di Settembre 2015). Secondo il Ministro la colpa è dei giovani, che pur di uscire con un voto alto ci mettono troppo a laurearsi. Il mercato del lavoro, ha spiegato Poletti, non sta certo ad aspettare quelli che escono dall’Università dopo anni fuoricorso ma con un bel voto.
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Il mercato del lavoro non aspetta nessuno

Il Ministro era ospite al salone Job&Orienta della Fiera di Verona dove ha incontrato alcuni studenti desiderosi di capire come avere successo nel mondo del lavoro una volta terminato il percorso di studi. Fedele alla sua parola d’ordine Poletti  e non ha perso tempo per spiegare che «prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21». Un discorso che a molti è sembrato molto simile a quello pronunciato da una dei suoi predecessori, quella Elsa Fornero che qualche anno fa aveva sentenziato che i giovani italiani erano troppo choosy (con il viceministro Martone a fare da coro dicendo che i fuoricorso erano sfigati) ed era per quello che non riuscivano a trovare un lavoro. Insomma, a quanto pare la ricetta del Ministero del Lavoro prevede che le colpe debbano ricadere, in un modo o nell’altro, sui neolaureati. Ecco come ha spiegato Poletti il rapporto che intercorre – a suo dire – tra voto di laurea e posto di lavoro:

In Italia abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo. Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più si butta via del tempo che vale molto molto di più di quel mezzo voto. Noi in Italia abbiamo in testa il voto, non serve a niente. Il voto è importante solo perché fotografa un piccolo pezzo di quello che siamo; bisogna che rovesciamo radicalmente questo criterio, ci vuole un cambio di cultura.

Del resto Poletti a marzo aveva detto che tre mesi di vacanze estive erano troppe e che sarebbero stati impegnati meglio se trascorsi a lavorare. Ma davvero in Italia il problema della disoccupazione è dovuto a quelli che si laureano fuori corso per prendere 110? E davvero quelli che vanno fuori corso lo fanno solo per prendere il voto più alto? Se andiamo a guardare i dati del XVII Rapporto AlmaLaurea sul Profilo dei laureati scopriamo delle cose interessanti come ad esempio che «l’età media alla laurea, oggi pari a 26,4 anni per il complesso dei laureati, varia tra 25,3 anni per i laureati di primo livello e 26,9 anni per i magistrali a ciclo unico e 27,7 per i magistrali biennali». Sembrerebbe essere quindi confermata la tesi del Ministro secondo il quale gli studenti italiani si laureano troppo tardi ma AlmaLaurea precisa che tra i motivi di questo ritardo incide il ritardo nell’iscrizione all’Università:

S’iscrivono con almeno due anni di ritardo rispetto all’età canonica (fissata a 19 anni per i laureati di primo livello e a ciclo unico; 22 anni per quelli magistrali) 16 laureati di primo livello su cento; sono 8 su cento tra i colleghi a ciclo unico e 42 su cento tra i magistrali biennali

Per quanto riguarda invece la durata media degli studi invece gli studenti si laureano con un leggero ritardo, ma non disastroso come vorrebbe farci credere Poletti.

La durata media degli studi è pari a 4,6 anni: più nel dettaglio, è di 4,6 anni per i laureati di primo livello, 7,1 anni per i magistrali a ciclo unico e 2,8 per i magistrali biennali. Su cento laureati, 45 terminano l’università in corso: in particolare, sono 44 laureati triennali, 34 laureati a ciclo unico e 54 magistrali.

Insomma senza dubbio esistono quelli che si laureano alla veneranda età di 30 anni e passa, ma non sono la regola. Senza dimenticare il fatto che molti studenti universitari lavorano per potersi pagare gli studi. E a quanto pare non lo fanno per il voto, che rimane mediamente abbastanza al di sotto di quel 110 e Lode che secondo Poletti tanti danni crea al mercato del lavoro in Italia:

Il voto medio di laurea è pari a 102,2; in particolare, è 99,4 per i laureati di primo livello, 103,8 per i magistrali a ciclo unico e 107,5 per i magistrali biennali.

In ritardo per cosa?

Che poi esista un sostanziale livellamento verso l’alto dei voti in alcune facoltà rispetto ad altre è vero, ma dipende soprattutto dal metodo di valutazione utilizzato e dal tipo di competenze che i docenti vogliono valutare. Non dobbiamo inoltre dimenticare che già alle superiori molti dirigenti scolastici spronano i docenti ad alzare la media in modo da far ben figurare le scuole nelle classifiche degli istituti con più centini e con più promossi. Poi possiamo anche pensare che sia meglio avere un medico giovane ma laureato in poco tempo con un voto basso che uno con un paio d’anni in più che ha studiato magari un po’ di più per prendere un voto migliore. Il tutto sta nel capire cosa stia misurando il voto, le competenze? Il livello di approfondimento? La capacità di lavorare? Che l’Università non sforni lavoratori fatti e finiti e cosa nota, è per questo che si sono inventati gli stage, no?

Infine sarebbe bello fare una domanda al Ministro Poletti, per che cosa sono in ritardo i neolaureati italiani? Forse per un appuntamento con un mercato del lavoro fatto principalmente di stage, contratti a progetto e precariato? Forse sarebbe più opportuno mettere mano ad una riforma dell’Università ma è più conveniente prendersela con gli studenti, che tanto è gratis.