Economia

Perché l’Italia non è la Francia (e Di Maio non è Macron)

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Ieri Emmanuel Macron ha annunciato un taglio fiscale da 25 miliardi con una riduzione di tasse alle famiglie pari a 6 miliardi di euro e alle aziende di 18,8 miliardi. Per finanziare la misura, il piano del governo prevede un aumento del deficit dal 2,6% del Pil di quest’anno al 2,8% l’anno prossimo, a fronte di una crescita stimata per il 2019 all’1,7%.

Perché l’Italia non è la Francia

Con l’entusiasmo tipico del simpatico zuzzurellone, Luigi Di Maio ha colto la palla al balzo: «Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia», ha twittato. «I soldi ci sono e si possono facilmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia». Poi ha rinculato, tenendo il punto: «Il tema non è fare più del 2 o del 3%. Possiamo andare fin dove ci serve per finanziare le riforme non più rinviabili. I dogmi europei sono superati. Faremo anche meglio di Macron».

luigi di maio

Di Maio però non si è reso conto che l’Italia non è la Francia. Spiega oggi Paolo Baroni sulla Stampa che il governo ha deciso di trasformare il Credito di imposta per la competitività ed il lavoro, una sorta di sussidio all’occupazione, in una riduzione definitiva dei contributi, un intervento che tra pagamenti per il 2018 e la decontribuzione prevista per il 2019 vale ben lo 0,9% del Pil. Una tantum però. Senza questa manovra il deficit si sarebbe fermato all’1,9% per toccare poi all’1,4 nel 2020. Poi c’è il debito, che a Parigi è sensibilmente più basso del nostro, al 98,7% secondo i nuovi dati francesi, e prevede per il 2019 una diminuzione al 98,6%. La Francia paga ogni anno una quarantina di miliardi di interessi passivi sulle sue emissioni e ha uno spread con il Bund di circa 33 punti.

…E Di Maio non è Macron

Il Sole 24 Ore precisa che il governo francese ha deciso di ridurre le imposte sulle abitazioni, già tagliate per il 2018, a favore dell’80% dei proprietari. Alcuni contributi sociali sono stati ridotti mentre viene introdotta la defiscalizzazione degli straordinari (già varata da Sarkozy con scarso successo anche a causa della crisi) e delle partecipazioni dei lavoratori nel capitale delle Pmi. Il «prime d’activité», un’integrazione dei redditi più bassi, viene aumentato di 20 euro l’anno tra il 2018 e il 2021, per un totale di 80 euro. Per sostenere le imprese, oltre alla trasformazione del credito d’imposta in sgravi, saranno abolite una ventina di piccole tasse. Aumenteranno però l’accise sui carburanti – e il costo del gasolio convergerà così su quello della benzina – e le tasse sul tabacco.

rischio italia
Il rischio Italia (Corriere della Sera, 25 settembre 2018)

La Francia può permettersi la manovra perché il suo spread con il bund è a 32 punti e non a 250 e perché cresce di più dell’Italia: prevede nel 2019 un tasso dell’1,7 per cento del Pil, mentre noi staremo all’1 se va bene. Infine, spiega oggi Roberto Petrini su Repubblica, quello di Macron non è un aumento del deficit al buio, nella speranza che cresca il Pil, come si illude il dibattito gialloverde:

L’operazione di Macron aumenta il deficit di soli 2 decimali – dal 2,6 di quest’anno al 2,8 del prossimo – e prevede il ritorno al pareggio di bilancio nel 2022. Noi invece prevediamo lo 0,8 e arrivare al 2,8 significa 2 punti in più, ovvero 35 miliardi.

Se si avesse più pazienza si scoprirebbe che il maggior deficit francese di un punto del 2019 rispetto alle previsioni sarà la semplice conseguenza – una tantum – della modifica del sistema di sgravi fiscali delle imprese e del conseguente sfasamento temporale delle entrate. Altrimenti resterebbe all’1,9 per cento, come previsto da Bruxelles, e dove riscenderà dal 2020. È facile illudersi!

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