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Isis: il Vaticano e il rischio attentati

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L’allarme non è un allarme, visto che non è stata messa in campo nessuna misura straordinaria. Ma resta la minaccia di attentati collegati all’Isis a Roma e in Vaticano. La Santa Sede spiega che non risultano timori particolari e tutto procede tranquillo, come racconta oggi il Corriere della Sera. Ma un’intercettazione telefonica tra due arabi ritenuti evidentemente sospetti, nella quale si accennava a «fare qualcosa in Vaticano», ha fatto scattare comunque un livello di attenzione.

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Città del Vaticano (Google Maps)

ISIS: IL VATICANO E LA MINACCIA DI ATTENTATI
La decisione di Usa e Regno Unito, condivisa dall’Italia e dagli altri alleati, di armare i peshmerga e avviare bombardamenti mirati in Iraq ha generato la minaccia aperta all’America da parte dell’Isis: il video Flames of War suggerisce che i terroristi vogliano arrivare fino alla Casa Bianca. Ma si pensa anche che il Vaticano sia in cima alla lista degli obiettivi possibili, anche dopo le frasi del Pontefice dell’agosto scorso sulla Siria, quando ha sottolineato come sia «lecito fermare l’aggressore ingiusto». La Santa Sede minimizza per bocca di Padre Lombardi: «Per parte vaticana la situazione è normale e non risultano minacce o preoccupazioni particolari. Tutto si svolge nella normalità. La sicurezza italiana ha sempre un certo rafforzamento in occasione di angelus domenicali e udienze generali». Fiorenza Sarzanini racconta sul Corriere della Sera:

Da settimane gli specialisti dell’Antiterrorismo del Viminale e dei carabinieri del Ros esaminano le segnalazioni che provengono dalle forze dell’ordine e dagli 007, spesso elaborando ciò che viene evidenziato anche dalle strutture di intelligence straniere. Nei giorni scorsi è stata trasmessa un’informativa proveniente da un servizio segreto estero che evidenziava una conversazione tra due arabi sulla possibilità di «fare qualcosa in Vaticano». I due nomi sono stati subito controllati: uno dei due risultava totalmente sconosciuto,l’altro sarebbe transitato dall’Italia circa otto mesi fa. E questo ha convinto gli apparati di prevenzione sulla necessità di far salire ulteriormente il livello di attenzione, sia pur senza prendere alcuna iniziativa straordinaria.

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Città del Vaticano (Google Maps)

Il pericolo in questo caso verrebbe dai foreign fighters, ovvero da coloro che andrebbero, secondo il racconto, in Siria e Iraq per «addestrarsi» per poi tornare in Occidente. Quanti? Sarebbero quarantotto i combattenti partiti dall’Italia per combattere la Guerra Santa sotto le bandiere islamiste in Siria e in Iraq. I più erano immigrati transitati da noi per qualche tempo. Due quelli con passaporto italiano (uno il genovese Giuliano Delnevo, convertitosi all’Islam e deceduto in combattimento nei pressi di Aleppo, l’altro un marocchino naturalizzato). Vengono tutti seguiti dai nostri servizi segreti,nei limiti del possibile, e attesi al varco. Una decina, comunque,sarebbe già morta negli scontri. La Stampa qualche giorno fa faceva il punto sulle cellule italiane:

Da oltre un anno alcune procure del Paese – grazie all’attività della polizia dell’anti terrorismo e dei carabinieri del Ros – stanno investigando sull’effettivo coinvolgimento di giovani disponibili ad andare a combattere in Siria.E in tre città esistono già alcuni indagati. Cinque sono quelli perseguiti dalla procura di Venezia con l’accusa di essere reclutatori dei jihadisti. Nel Veneto, peraltro, sono concentrati gruppi estremisti tra Belluno, Treviso e Pordenone. Quattro persone indagate a Milano e altre quattro a Genova.Il caso più noto è quello del genovese Giuliano Delnevo – convertitosi all’islamismo al punto da prendere anche il nome di Ibrahim – morto nel giugno 2013 in Siria. Tra gli altri tre uomini iscritti nel registro degli indagati nel capoluogo ligure c’è anche un suo amico, Umar Lazzaro,che però ha preso le distanze da Delnevo,si è rifiutato di andare in guerra nel nome dell’Internazionale islamica e sta collaborando con gli inquirenti.Dovrebbe essere interrogato nelle prossime settimane e dalle sue rivelazioni potrebbero emergere elementi utili per le inchieste dei nostri 007. Di nazionalità marocchina sono invece gli altri due indagati dai magistrati genovesi, di cui però non si sa più assolutamente nulla.

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IL LIVELLO DI MINACCIA DELL’ISIS
Flames of War è il video hollywoodiano che, ironizzando sul Coming Soon, i terroristi dell’Isis hanno utilizzato per una minaccia diretta all’America. Il video comincia con una serie di esplosioni che colpiscono zone di guerra e i carri armati americani sotto attacco di fuoco, mentre si notano alcuni soldati che trasportano un ferito in un veicolo blindato. Le uniche parole che si ascoltano nel video sono pronunciate da Barack Obama: è un’estrapolazione del discorso in cui prometteva che avrebbe ritirato le truppe dall’Iraq. Montato in stile hollywoodiano, con un video curato, di ottima qualità, con replay in slow-motion, che farebbe pensare alla presentazione di un nuovo film di guerra.


Il New York Times ha raccolto qualche testimonianza sul video dell’Isis: Laith Alkhouri, analista senior di Flashpoint Global Partners, società di consulenza di sicurezza di New York che monitora i siti web militanti, ha detto che lo Stato islamico «sembra essere più implacabile che mai, non solo per l’espansione sul territorio, ma anche perché alza il livello dello scontro di fronte alla prima superpotenza mondiale». In un certo senso, spiega l’esperto, Isis si pone anche come guida della Jihad contro Al Qaeda, dimostrando di voler operare a livello internazionale.

Le immagini mostrano anche un video girato nei pressi della Casa Bianca e mosso, che dà invece l’idea grazie all’inquadratura che a muoversi sia la White House in seguito a un’esplosione o giù di lì, e mostrano anche la bandiera con la scritta “Missione compiuta” che si vedeva sullo sfondo quando il presidente degli Usa George W.Bush atterrò su una portaerei sei settimane dopo l’attacco all’Iraq dopo il Kuwait. Nel finale si nota un militante jihadista che è pronto a sparare alla testa a una serie di soldati catturati e fatti inginocchiare.
 

 
CHI FINANZIA L’ISIS
Arabia Saudita, Qatar e Kuwait hanno pompato le fortune dell’Isis con finanziamenti miliardari. Oggi l’organizzazione ricava gran parte dei suoi proventi dai pozzi di petrolio della Siria orientale, da balzelli e “tasse rivoluzionarie” imposti sui territori che controlla e dal crimine organizzato; ma tra il 2011 e il 2012 i soldi arrivavano soprattutto dalle monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) a fini anti Assad e anti Iran. L’Isis è guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, del quale ben poco è dato sapere.
Isis: cos'è e perché dobbiamo averne paura
I finanziamenti dell’Isis in questa infografica del Corriere della Sera

E’ lui, l’autoproclamato califfo, che un mese fa promise di conquistare Roma e il mondo intero, esortando tutti i musulmani alla guerra santa contro gli infedeli. La leggenda nera di parte sciita ne parla come di un personaggio al soldo del Mossad, persino di un ebreo che conquistando territori arabi fa in realtà il gioco di Israele; secondo fonti iraniane sarebbe stato sottoposto al lavaggio del cervello mentre era detenuto dagli americani (era stato fermato a Falluja ma in seguito rilasciato). Di certo si accreditò come leader di al-Qaeda in Iraq, crreando la cellula che divenne poi l’Isis. Nel marzo scorso le sue milizie hanno conquistato la città siriana di Raqqa, proclamata capitale dell’erigendo califfato.

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