Economia

Cosa c'era dietro la storia degli immobili del Demanio da vendere agli Stati esteri

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Ieri sera il governo ha ritirato l’emendamento presentato alla manovra che proponeva la cessione dei beni del Demanio a uno stato estero. Dopo le proteste e le richieste di approfondimento giunte dai rappresentanti delle opposizioni, il governo ha presentato un sub emendamento per chiarire che la norma era riferita alla vendita di Palazzo Caprara, in via XX settembre a Roma. Il vice ministro all’Economia, Enrico Morando, ha quindi deciso di ritirare l’emendamento giudicando la norma di tipo puntuale e non universale, quindi inammissibile.

Cosa c’era dietro la storia degli immobili del Demanio da vendere agli Stati esteri

La norma interveniva sui programmi di dismissioni immobiliari da realizzare tramite cartolarizzazioni di fondi immobiliari o cessioni dirette avviati con la Finanziaria 2005. Per gli immobili della Difesa l’emendamento si rifaceva alle disposizioni previste dal Codice dell’ordinamento militare: “Nel caso di cessione diretta di un bene immobile dello Stato ad uno Stati estero l’agenzia del demanio è autorizzata a cedere il bene con decreto del presidente del consiglio dei ministri, su proposta del ministro degli affari esteri e dell’amministrazione che ha in consegna il bene stesso, di concerto con il ministero dell’Economia” e, nell’ipotesi si tratti di immobili appartenenti al demanio culturale e fermo restando quanto previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, “con il ministro dei beni culturali e de turismo”.
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Nonostante qualche allegrotto avesse deciso di spararla grossa, la norma non serviva a vendere la Fontana di Trevi o il Colosseo ai privati e nemmeno si poteva configurare come cessione di ulteriore sovranità nazionale all’Europa matrigna. I beni di interesse storico, archeologico e paesaggistico non possono essere infatti alienati né formare oggetto di diritti a favore di terzi. Sono considerati  beni inalienabili gli immobili e le aree di interesse archeologico, quelli dichiarati monumenti nazionali, le raccolte di musei, pinacoteche, gli archivi. Gli altri immobili invece possono già essere alienati previa autorizzazione del Ministero.

Palazzo Caprara e il Qatar

Come da stessa ammissione dell’esecutivo, il governo voleva invece “snellire” le procedure di vendita di un bene ben preciso, ovvero Palazzo Caprara che si trova in via XX Settembre. La parte tragica della vicenda è l’aspirante acquirente del palazzo: si tratta dell’emiro del Qatar, stato sospettato di legami con il terrorismo islamico. L’immobile sorge proprio accanto a Palazzo Baracchini che è l’edificio in cui ha l’ufficio lo stesso Ministro della Difesa. Il prezzo era di 50 milioni di euro, equivalenti a 9000 euro al metro quadro. Racconta oggi Stefano Feltri sul Fatto:
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La vendita – che per qualcuno sembra una svendita che forse nasconde altro – di palazzo Caprara è l’ultimo atto di uno scontro ministeriale molto italiano cominciato nel 2015. Visto che il ministero della Difesa, forte delle prerogative che i militari da sempre hanno e difendono, non ha mai partecipato volentieri ai programmi di revisione della spesa. Tradotto: tende a opporsi a qualunque taglio. Il Tesoro di Pier Carlo Padoan allora prova a costringerli a risparmiare, che lo vogliano o meno. Nella legge di Stabilità 2015 impone al ministero della Difesa di contribuire alla spending review ve nd en do immobili (le famose caserme dismesse) e al contempo congela fondi nel bilancio della Difesa per 200 milioni nel 2015 e 100 milioni nel 2016 e altrettanti nel 2017. Tradotto: o il ministero della Pinotti vende immobili per importi equivalenti, oppure si vede tagliato il budget.

La vendita di Palazzo Caprara serviva quindi a evitare i tagli di budget al ministero della Difesa. E pazienza – si fa per dire – se il prezzo era piuttosto generoso. Tanto che il ministero dell’Economia all’epoca si era messo di traverso. Poi la Pinotti con l’emendamento sembrava averla spuntata adesso è tutto da rifare.

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