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Fukushima? Nessun colpevole

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Giovedì 19 settembre una corte Giapponese ha assolto l’ex presidente di Tokyo electric Power (Tepco) Tsunehisa Katsumata e i due vice-presidenti Sakae Muto e Ichiro Takekuro, per non aver messo in atto tutte le precauzioni in grado di prevenire il disastro nucleare all’impianto di Fukushima Daiichi, avvenuto l’11 marzo 2011 dopo un terremoto di magnitudo 9.0. Quello di Fukushima è ritenuto il più grande incidente nucleare della storia dopo quello di Chernobyl del 1986. Il verdetto, senza troppe sorprese, arriva dopo circa due anni di processo partito su richiesta di un collegio indipendente, dopo che per ben due volte un procuratore di Tokyo aveva deciso di non mettere sotto accusa i tre dirigenti, giustificandone la scelta per l’assenza di prove concrete.

Fukushima? nessun colpevole

 

Il processo, l’unico criminale a carico degli ex dirigenti, è incentrato sul fatto che non avrebbero messo in atto tutte le contromisure necessarie per evitare il disastro, nonostante fossero stati avvisati del rischio concreto di un possibile tsunami con onde alte fino a 15,7 metri. Il report governativo, spiegato loro di persona, basava le sue stime su alcune valutazioni a lungo termine studiate dal governo nel 2002, che poi purtroppo si sono rivelate veritiere. Il giudice avrebbe basato il suo giudizio di non colpevolezza, e quindi di non negligenza professionale, per via della scarsa presenza di prove, accogliendo quindi in toto le istanze della difesa, secondo cui i tre dirigenti non avrebbero potuto seriamente prevedere un pericolo simile in base a delle stime «che i tre dirigenti consideravano inaffidabili» scrive il Japan Times. La difesa ha inoltre aggiunto che le misure suggerite, come quella di istallare gli argini costieri a difesa dell’impianto nucleare, molto probabilmente non avrebbero impedito il disastro.

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Uno dei tre reattori esplosi come si presentava dopo l’esplosione e come è ora dopo le opere di consolidamento

Processo di Fukushima, la rabbia

«È difficile affrontare questioni che sono incerte e oscure», ha detto Takekuro durante il processo al tribunale distrettuale di Tokyo. Per loro l’accusa aveva chiesto cinque anni di carcere. «Fin quando non sentiremo un verdetto di colpevolezza, i nostri anni di sforzi […]non saranno ricompensati» ha detto ad AFP uno dei manifestanti che si sono radunati fuori dal tribunale. Nessun morto è stato direttamente correlato al crollo di alcune parti della centrale, mentre il 6 settembre del 2018 per la prima volta il Governo giapponese ha annunciato che avrebbe risarcito la famiglia di un uomo di 50 anni morto per una malattia, il cancro, correlata al triplo meltdown nucleare di Fukushima. La Tepco sta affrontando altri casi di risarcimento simili.

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Fukushima, una gestione difficile

Gli isotopi rilasciati nell’aria durante l’incidente hanno costretto 160 mila persone a un’evacuazione forzata, mentre lo tsunami, le cui onde hanno superato ampiamente i dieci metri, ha causato 180 mila morti lungo la costa nord est del Giappone. Tepco ha recentemente ammesso delle difficoltà nel gestione delle rifiuti. Secondo alcune stime governative la bonifica dell’area potrebbe costare 200 miliardi di dollari e per ottenerla potrebbero essere necessari più di 40 anni. Dieci giorni fa, il 9 settembre, il ministro della Protezione Ambientale giapponese Yoshiaki Harada ha dichiarato in conferenza stampa che l’unica soluzione per ottenere la bonifica della centrale sarebbe quella di scaricare in mare l’acqua contaminata, diluendola. Questo perché, secondo le stime Tepco, entro il 2020 o il 2022 non ci sarà più spazio per lo stoccaggio del liquido di raffreddamento all’interno dei confini del sito nucleare. Un fatto che ha suscitato le proteste dei pescatori giapponesi, che hanno speso gli ultimi otto anni a rigenerare la loro industria che lo scorso anno ha toccato appena il 16 percento dei livelli di cattura pre-crisi.

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