Economia

La grande fuga dai BtP

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I Btp, o Buoni del Tesoro poliennali, sono obbligazioni emesse dallo Stato italiano con scadenza superiore all’anno. Offrono un tasso d’interesse (basso, ultimamente) e la restituzione del capitale a scadenze anche molto lunghe: ci sono Btp persino a 50 anni. Quelli più importanti per gli investitori, e che fanno da parametro, sono i Btp a 10 anni, sui quali si calcola il temuto «spread» (cioè il differenziale di rendimento con i Bund tedeschi di pari scadenza). Negli anni scorsi gli acquisti sul mercato da parte della Bce hanno mantenuto basso il rendimento dei Btp già collocati e quindi hanno calmierato i tassi delle nuove emissioni. La prossima fine di questi acquisti, e i dubbi sulla tenuta dei conti pubblici italiani sta innescando una grande fuga dai BtP. Secondo quanto scrive il Financial Times – citando le statistiche della Banca Centrale Europea – tra maggio e giugno le vendite nette di obbligazioni italiane in mano agli investitori esteri sono state pari a settantadue miliardi. Non solo, la tendenza è in aumento: i 34 miliardi di maggio, già un record, sono stati superati in giugno, quando le vendite nette sono state pari a 38 miliardi.

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La grande fuga dai BtP (La Repubblica, 23 agosto 2018)

I dati fanno il paio con quanto ha comunicato nei giorni scorsi la Banca d’Italia, secondo cui le vendite della componente estera solo sui titoli di Stato sono state pari a 24,8 miliardi in maggio e a 33 miliardi in giugno. Grosso modo, quindi 58 miliardi in meno, su uno stock di titoli di Stato all’estero pari a 642,5 miliardi a fine maggio. Dunque, le vendite di questi due mesi hanno ridotto di poco meno del 9% il tesoretto di Btp in mano agli esteri. I “non residenti” (che in realtà comprendono anche una quota di conti italiani estero-vestiti) avevano a fine maggio una quota del 32,6% del debito pubblico, in calo rispetto al 34% di aprile. I dati di giugno non sono ancora disponibili, ma è chiaro che sono ancora scesi.

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Gli acquisti di BtP da parte delle banche italiane (La Repubblica, 23 agosto 2018)

In compenso nel frattempo è aumentata la quantità di titoli pubblici in mano alle banche italiane. Alessandro Barbera sulla Stampa fornisce una chiave di lettura piuttosto allarmante di quanto sta accadendo:

A parità di rendimenti (sono attorno al 3 per cento) l’aumento dei tassi di interesse voluto dalla Federal Reserve rende più conveniente spostare i capitali negli Stati Uniti e l’acquisto dei più solidi Treasuries. È un fenomeno di cui c’è traccia in tutte le economie emergenti, e che sta contribuendo alla nuova crisi argentina. Ma la ragione principale del deflusso è l’aumento della sfiducia verso l’Italia. Le prospettive di crescita dell’economia stanno peggiorando, e nel frattempo il governo promette di andare allo scontro con l’Europa per ottenere un aumento del deficit ben oltre lo 0,9 per cento scritto nell’ultimo Documento di economia e finanza.

Il giudizio degli investitori non è pregiudizialmente contro il Movimento Cinque Stelle o la Lega. La fuga non è iniziata il 4 marzo, ma solo dopo 44 l’accordo fra Di Maio e Salvini e soprattutto dopo le prime indiscrezioni sul programma 42 di governo, a metà maggio. Basta guardare la serie storica della Banca d’Italia: a marzo il saldo era stato positivo per 40 miliardi, ad aprile per dieci. La domanda che si fa chi ha in tasca titoli italiani è piuttosto semplice: il governo riuscirà a mantenere le promesse elettorali senza sfasciare i 36 conti pubblici?

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