Economia

Tito Boeri dice no al blocco a 67 anni delle pensioni

generazione del 1980 tito boeri

Il blocco a 67 anni dal 2021 comporterebbe “141 miliardi di spesa in più da qui al 2035, quasi interamente destinati a tradursi in aumento del debito pensionistico implicito, dato che l’uscita prima del previsto non verrebbe compensata, se non in minima parte, da riduzioni dell’importo delle pensioni. Da vedere poi come i mercati accoglierebbero lo smantellamento della riforma del 1996, che abbiamo ‘venduto’ in tutto il mondo come sostenibile perché basata su adeguamenti automatici alla longevità. Senza QE sarebbe legittimo aspettarsi effetti rilevanti sul costo del debito pubblico”. Così il presidente dell’Inps Tito Boeri in un’intervista al Sole 24 Ore.

Tito Boeri dice no al blocco a 67 anni delle pensioni

“Il blocco sull’età senza toccare i coefficienti di trasformazione mette in squilibrio il sistema. Visto che il flusso attuale vede in uscita pensioni miste, con una quota prevalente di calcolo ancora retributivo, i coefficienti di trasformazione hanno un ruolo marginale nel determinare il livello delle pensioni. In prospettiva – spiega Boeri – avremo invece un problema di pensioni troppo basse, soprattutto per le donne. Con lo stop sulla speranza di vita, tra l’ altro, si bloccherebbe non solo il requisito di vecchiaia ma anche quello che fa salire gli anni contributivi per l’anticipo. Io penso che se accadesse si potrebbero avere circa 200mila pensioni in più all’anno”.

pensioni 67 anni 2021
La spesa per pensioni, sanità e cure di lungo termine (Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2017)

“I dati diffusi qualche giorno fa dalla Ragioneria parlano chiaro: da qui al 2040 la spesa per pensioni sale di un punto, al 16,3% del Pil, se si somma la spesa sanitaria e quella per le cure di lungo termine si passa dal 23% di oggi a poco più del 25,5%. E due giorni fa Istat ci ha ricordato che abbiamo 2,5 milioni di giovani con meno di 35 anni in povertà”, rileva Boeri. 2In presenza di una concentrazione della povertà tra i giovani noi andremmo a squilibrare ulteriormente la spesa a favore di chi ha 65 anni o più, gli unici che non hanno vissuto fenomeni di forte impoverimento negli anni della crisi”.

I nuovi requisiti di età per le pensioni di vecchiaia

Repubblica ha pubblicato nei giorni scorsi questa infografica che riepiloga i nuovi requisiti di età per le pensioni di vecchiaia. Lo specchietto parte dal 2012, quando per i lavoratori dipendenti e autonomi e per le lavoratrici del pubblico impiego l’età era di 66 anni, mentre per le le lavoratrici dipendenti del settore privato era 62 anni e per le autonome era 63 anni e mezzo. Attualmente invece per i lavoratori dipendenti e autonomi, per le autonome del settore primato e per le lavoratrici del pubblico impiego è 66 anni e 7 mesi, mentre per le lavoratrici dipendenti del settore privato è 65 anni e 7 mesi. Nel 2019 per tutte le categorie l’età per le pensioni di vecchiaia arriverà a 67 anni.
pensioni di vecchiaia
Il requisito di età per le pensioni di vecchiaia tornerà a salire nel 2021 quando sarà perfettamente uniformato: nel 2030 sarà di 67 anni e 10 mesi per tutti. Il governo sarà tenuto ad alzare l’età a 67 anni dal primo gennaio 2019: basterà una circolare congiunta dei direttori dei ministeri dell’Economia e del Lavoro. A meno che non si rimetta mano alla legge. Spiega il quotidiano:

Le soluzioni alternative? Si potrebbe ad esempio saltare lo scalino del 2019, o in alternativa adeguare l’età ogni 5 anni anziché ogni 2, e insieme escludere dagli aumenti chi fa lavori gravosi». L’idea di rallentare l’automatismo piace anche a Sacconi: «Non costerebbe molto e avrebbe il vantaggio di garantire ugualmente nel lungo termine la sostenibilità della spesa previdenziale. È necessario comunque intervenire, il mercato del lavoro non ha più la stabilità di qualche tempo fa, e bisogna anche tutelare meglio quella generazione che con la riforma Fornero è stata costretta ad aspettare otto anni invece di due per andare in pensione».
Il governo teme però che i costi delle possibili soluzioni alternative siano tutt’altro che trascurabili. Sospendere l’aumento a 67 anni nel 2019, ad esempio, aprirebbe un buco di qualche miliardo. E potrebbe essere interpretato da Bruxelles come il segnale che l’Italia sta mollando su una delle sue riforme più efficaci per la sostenibilità dei conti pubblici.

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