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L'albanese che non c'era nell'omicidio di Emanuele Morganti ad Alatri

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Che fine hanno fatto gli albanesi che secondo molti giornali avevano massacrato a calci, pugni e sprangate il 20 enne di Alatri Emanuele Morganti? L’arresto di Mario Castagnacci e Paolo Palmisani per l’omicidio di Emanuele ha fatto quasi del tutto scomparire la pista seguita da alcuni segugi della notizia che fin da subito avevano addossato la responsabilità materiale delle violenze ad un albanese o a un non meglio precisato gruppo di albanesi.

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Così il quotidiano di riferimento di Casa Pound il 27 marzo

L’albanese che non c’era

Martedì 28 marzo durante una conferenza stampa il Procuratore Capo di Frosinone Giuseppe De Falco ha spiegato che la sequenza di eventi che ha portato alla morte di Emanuele è nata «da un diverbio in discoteca non con un ragazzo albanese». A dare il via alla rissa una lite banale per avere la precedenza al bancone tra Emanuele e “un albanese” che mentre la barista stava servendo Morganti e la sua ragazza Ketty Lisi si intromette per chiedere un drink. In realtà quell’albanese è un italiano: il suo nome è Memmo Paniccia. È lui, spintonando Emanuele, a richiamare l’attenzione di un suo amico buttafuori che prima prende a pugni Morganti e poi assieme ad altri due colleghi lo trascina fuori dove ci sono Castagnacci e Palmisani e dove viene consumata l’ultima parte dell’insensata violenza alla quale avrebbe partecipato anche il padre dei due arrestati che secondo alcuni testimoni sarebbe intervenuto armato di  un oggetto metallico (una chiave inglese o una chiave per svitare i bulloni delle auto) che però gli inquirenti dicono di non aver rinvenuto. Il Corriere della Sera oggi riporta il raconto della barista del Mirò che ha visto l’inizio della rissa:

Emanuele mi aveva chiesto quattro shot di Tequila. A un tratto si avvicina al bar un ragazzo. Mi mostra 2 euro e mi chiede da bere. Dico che al massimo posso dargli una Lemonsoda. Vuole un cocktail. Dice di avere già speso cento euro

Per arrivare al bancone quel ragazzo – Domenico Paniccia – spintona Emanuele e così a partire da motivi futili e banali si arriva a quella che il Procuratore De Falco ha definito una vicenda “di una gravità spaventosa”.
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I protagonisti di questa vicenda sono italiani: i due ragazzi ora in carcere che hanno aggredito Emanuele fuori dal Mirò e il ragazzo che ha dato il via alla rissa scatenando una lite perché voleva un cocktail da due euro. Gli albanesi invece sono i protagonisti delle cronache, perché sotto sotto quando si parla di “violenza del branco” in molte redazioni è innegabile che si pensi ad un branco di albanesi. Un popolo che per anni è stato dipinto dai giornali con tratti più simili a quelli delle bestie che a quelli degli esseri umani.

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Se non altro Libero dopo ha corretto il titolo

 
Per anni politici e giornalisti hanno soffiato sul fuoco della paura, dell’invasione degli albanesi che rubavano il lavoro agli italiani, che “erano tutti delinquenti”. Più un decennio di propaganda contro un gruppo di persone che in moltissimi casi si è perfettamente integrato nel nostro Paese hanno lasciato il segno: se c’è una rissa, tanto più se c’è da difendere l’onore di una ragazza di mezzo sui giornali c’è sempre “un albanese”.

Il patto tra italiani e albanesi?

Ed è così che si arriva ad articoli come quelli di Grazia Longo pubblicato ieri dalla Stampa dove si parla di un “patto fra italiani ed albanesi per massacrare Emanuele”. Di quel patto nell’articolo non c’è traccia né spiegazione mentre si continua invece a parlare del fatto che i due italiani arrestati “sono amici di un albanese che aveva spintonato Emanuele, “colpevole” di rubargli il posto nell’ordinazione di un drink“. Per evitare di cadere in contraddizione la giornalista cita solo una parte della frase del Procuratore De Falco che sulla Stampa dice: «si è trattato di una vicenda di una gravità spaventosa perché per motivi banalissimi si è arrivati alla drammatica morte di un ragazzo innocente e perbene» mentre in conferenza stampa il Procuratore Capo di Frosinone aveva detto: «perché per motivi banali, una lite di una bevanda, si è arrivati alla morte di un ragazzo innocente e perbene. Tutto nato da un diverbio in discoteca non con un ragazzo albanese».
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La Stampa quindi sapeva che non c’era alcun albanese coinvolto ma ha preferito sorvolare sulla questione per poter continuare ad agitare lo spauracchio degli albanesi. Si parla ad esempio del “clan albanese della zona” che ce n’è sempre uno quindi inutile entrare nei dettagli ed essere troppo specifici mentre sulle eventuali amicizie dei due fermati con il mondo della criminalità organizzata italiana si può tranquillamente soprassedere, il Procuratore De Falco ha parlato del fatto che i due arrestati “sono riconducibili ad ambienti delinquenziali” e non è da escludere “che abbiano agito per affermare una propria capacità di controllo del territorio” non ha parlato di legami con la criminalità organizzata (che però non possono essere esclusi) e tanto meno di clan albanesi (si potrebbe ad esempio parlare di altre organizzazioni che controllano lo spaccio). Però nelle cronache è più semplice dare la colpa ai “clan albanesi” che ai soliti noti a quei clan italiani – Spada e Di Silvio – che controllano i traffici criminali nella zona del litorale romano e nel frusinate.

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